music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Leap Second

OKIE ROSETTE – Leap Second
(Monotreme, 2008)

Folk e cantautorato, si sa, tendono ad essere ambiti in cui i rinnovamenti vanno a rilento, rivolti come sono più al recupero della tradizione che a sviluppi spesso, obiettivamente, inesigibili, soprattutto quando gli sforzi creativi degli artisti si concentrano, com’è giusto, sugli aspetti espressivi e della scrittura musicale.
Sarà per questo che un autore come Felix Costanza ha finora incontrato difficoltà a emergere ed essere apprezzato come merita, risultato tanto più difficile da conseguire in presenza di una nuova denominazione e di un nuovo progetto, quando già la sua formazione precedente, Granfaloon Bus, è da annoverare tra le band più interessanti e sottovalutate nella scena di San Francisco dell’ultimo decennio.

Proprio dall’indolenza folk dei Granfaloon Bus riparte Costanza con gli Okie Rosette, formati, oltre che da due ex-compagni d’avventura (Jeff Stevenson e Ajax Green), da Dee Kester dei Thee More Shallows e Carrie Bradley dei Breeders.
Alla mutata denominazione corrisponde solo in parte un cambiamento d’indole, poiché nelle undici tracce di “Leap Second” permangono tutti gli accenti folk alla base dell’esperienza precedente, sorretti da un’attitudine pop semplice e immediata, che pure qui assume sfaccettature molteplici, comprendenti tanto ariose sfumature orchestrali quanto asprezze di classico rock elettrico.

Si potrebbe avere l’impressione che Costanza non abbia inteso intraprendere una direzione ben precisa, di contro, le undici tracce (due delle quali semplici interludi) di questo conciso “Leap Second” presentano una coerenza d’intenti davvero efficace, delineando una serie di percorsi possibili ma tutti incardinati secondo un filo conduttore che dopo aver omaggiato a dovere la musica delle radici, dando libero sfogo alle sue componenti bluesy, attraversa alcune delle più valide espressioni dell’attuale cantautorato statunitense per abbozzare, infine, la definizione personale di folk orchestrale pervaso da malinconico romanticismo.
Sotto il primo profilo, la band riesce abbastanza credibile quando si diverte a trasformare le proprie ballate in una veste elettrica (“Candy Lane”, “Longing For Exile”), appena temperata da un approccio spiccatamente melodico e dall’inserimento del cantato femminile. Molteplici e niente affatto calligrafici sono invece i riferimenti stilistici contemporanei, dallo sbarazzino andamento orchestrale alla Andrew Bird (e persino un po’ Sufjan Stevens) dell’iniziale, sbarazzina “Grand Opening”, alla corposa asprezza vocale di “On Trial By Ordeal”, nella quale può intravedersi qualche accenno a Mark Linkous, seppur ben presto sviluppato in un graduale crescendo, costituito da aperture di ampio respiro.

Ma più definita traccia del proprio stile la band riesce ad imprimerla puntellando di arrangiamenti romantici un country-folk polveroso quanto basta, ma sempre sostenuto da valide soluzioni armoniche e da un elegante lirismo narrativo. In simili occasioni, ne risultano efficaci ballate che rinverdiscono quello stile rural-orchestrale, appannaggio in un recente passato di Norfolk & Western o dei primi Decemberists, con un piglio lieve e con il gusto di rendere più morbide, intime e fruibili radici musicali di tradizione remota. Prove ne sono gli arrangiamenti d’archi di “Sing The Hotel” e “Just Passing Through The Spokes”, l’aggraziato pianoforte di “Rental Pond”, nonché la fragile delicatezza di “My Mathematician”, brano impostato su una semplice chitarrina acustica, nel quale la soffice voce di Rachel Stevenson riecheggia le più raffinate interpreti del cantautorato folk al femminile.
Certamente più apprezzabili in questi tentativi di riduzione a forme più essenziali della classica narrazione folk, gli Okie Rosette riescono credibili anche quando si lasciano andare ad aggiunte elettriche, che ne enfatizzano i tratti più ruvidi e diretti. Bilanciando in maniera equilibrata i due aspetti, “Leap Second” rappresenta, in definitiva, un ottimo secondo inizio per il songwriting di Felix Costanza che, senza ricorrere a complessi artifici compositivi, dimostra senz’altro una matura dimestichezza degli strumenti della propria musica e la capacità di confezionare una varietà di canzoni più che discreta.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 24 settembre 2008 da in recensioni 2008.
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