music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Hawk Is Howling

MOGWAI – The Hawk Is Howling
(Wall Of Sound, 2008)

Ancora i Mogwai? Ancora post-rock?
A queste prevedibili reazioni alla nuova uscita della band scozzese da parte di quanti, per motivi non meglio spiegati, non li hanno mai visti troppo di buon occhio, si potrebbe rispondere in maniera non così scontata come potrebbe apparire. Ebbene sì, lo ”young team” scozzese ha oltrepassato il giro di boa del decennio di attività ed è giunto al suo sesto album ufficiale, senza smarrire la freschezza d’impatto delle sue prime opere, ma filtrandola attraverso una maturità che, ben lungi dalle accuse di ripetitività avanzate dai detrattori, ha contemplato più di un tentativo di variazione su un impianto stilistico la cui impronta, netta e delineata, non poteva certo essere stravolta in omaggio a chissà quali pretese estetiche. D’altro canto, continuare a parlare semplicisticamente di post-rock per etichettare i dischi dei Mogwai è senz’atro riduttivo, in considerazione del loro percorso più recente, dalle aperture alla canzone di “Rock Action”, ai più espliciti approcci con l’elettronica di “Happy Songs For Happy People”, fino alla (ri)scoperta di urticanti deflagrazioni sonore di “Mr. Beast”.

Altrettanto semplicistico, oltre che improprio, sarebbe liquidare questo nuovo “The Hawk Is Howling” quale un nuovo, stanco tentativo di riproposizione di una formula fors’anche stantia in superficie ma, paradossalmente, proprio per questo motivo tale da conferire alle sole componenti espressive l’ingrato compito di far da discrimine tra le troppe band fotocopia e un gruppo di artisti ancora ispirati a un lavoro di cesello sugli aspetti compositivi della propria musica.
Quest’ultimo presupposto pare senz’altro il punto di partenza di “The Hawk Is Howling”, la cui ora abbondante di durata restituisce i Mogwai a lunghe suite interamente strumentali, attraverso le quali cimentarsi liberamente, da un lato, con la propria perizia compositiva e confermare, dall’altro, tutti i caratteri di un suono consolidato, qui anzi ricondotto quasi alla sua matrice primigenia.
È vero, in un certo senso potrebbe dirsi che i Mogwai abbiano deciso di abbandonare ogni – peraltro timida – velleità evolutiva mostrata negli ultimi dischi, per specchiarsi nella bravura con cui mettono in pratica accuratissime giustapposizioni di tempi ed elementi, tuttavia “The Hawk Is Howling” appare come una sorta di ritorno al futuro, una reinterpretazione attraverso la più matura sensibilità odierna del più classico suono-Mogwai, proprio quello che per colpire e coinvolgere non aveva bisogno di parole né di artificiose sovrastrutture, architettate solo per il fuggevole gusto di impressionare.

A quasi esclusiva eccezione dello sferragliante singolo “Batcat”, che presenta un notevole ispessimento della mole chitarristica, accompagnata da ritmiche secche e incalzanti, “The Hawk Is Howling” mostra la band scozzese nella sua veste più romantica quella che agli stridenti contrasti tra passaggi quieti e repentine impennate (schema in verità mai abusato dai Mogwai) predilige il rassicurante abbraccio di atmosfere ovattate, in costante, circolare divenire. Insomma, volendo trovare a tutti i costi un’attinenza interna alla discografia della band, è il magistrale “Come On Die Young” a balzare più spesso alla mente lungo i solchi dell’album, in particolar modo nei suoi episodi migliori, a cominciare dalla solennità elegiaca dell’iniziale “I’m Jim Morrison, I’m Dead” (titolo che è tutto un programma…), introdotta dal coinvolgente piano di Barry Burns, alla forza repressa e alla tensione che brucia sotto la cenere di “Danphe And The Brain”, fino ai suoni arrotondati e sognanti dell’obliqua ninnananna “Thank You Space Expert”.
Ma anche laddove il sound si fa più corposo, come nel caso degli arabeschi chitarristici di “I Love You, I’m Going To Blow Up Your School”, permane sempre un’attenzione certosina per efficaci soluzioni armoniche e per melodie che, sotto la loro apparente fragilità, disvelano il tumulto latente del sentimento, che solo a tratti emerge in superficie, ma più spesso introietta la tensione fino a scioglierla con effetti quasi psichedelici (“Local Authority”) e attraverso la fluidità di movimenti graduali, solcati soltanto da timidi retaggi elettronici (“Kings Meadow”) e imprevedibili accenni di un vintage-rock spoglio e privo di effetti (“The Sun Smells Too Loud”).

Insomma, tutt’altro che assenza di spunti, pur a fronte di un framework stilistico omogeneo e tanto coerente con il percorso artistico della band da regalare ulteriori saggi della sua classe, compendiata da ultimo in un brano fin d’ora annoverabile tra i più efficaci in assoluto di Stuart Braithwaite e compagni: “Scotland’s Shame”, otto intensissimi minuti di persistenza armonica impiantata su una distorsione di fondo, che creano ancora una volta vortici emotivamente dilanianti.
È questa l’essenza ultima dell’attuale suono-Mogwai, fedele a se stesso eppure in un progressivo divenire che, alieno dall’impellenza di radicali novità a tutti costi, al fiero sguardo del rapace in copertina offre un’ora di musica che, a livello qualitativo, potrebbe temere ragionevolmente il confronto soltanto con il giovanile “Ten Rapid” e con i primi due album della band scozzese.

(pubblicato sui ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 settembre 2008 da in recensioni 2008.
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