music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Howling Songs

MATT ELLIOTT – Howling Songs
(Ici D’Ailleurs, 2008)

Con il terzo capitolo della sua trilogia di songs, Matt Elliott chiude il cerchio di una parentesi artistica ormai abbastanza duratura, che lo ha visto rideclinare le manipolazioni sonore dei tempi di Third Eye Foundation attraverso ricercate e sofferte mutazioni folk.
La trilogia dell’artista di Bristol è al tempo stesso una comédie humaine e un percorso individuale, nel quale il profilo personale e quello politico sono intimamente legati agli aspetti creativi ed espressivi. I cinque anni nel corso dei quali Elliott ha scritto le tre ultime opere lo hanno visto insediarsi prima in Francia e di recente in Spagna, alla ricerca di un contesto più consono ai suoi ideali, non di rado espressi in scritti politici scevri da ogni compromesso e tanto ferrei da averlo indotto alla scelta di non suonare negli Stati Uniti per non sottoporsi a misure di sicurezza limitative dei diritti individuali.

L’inquieto percorso umano di Elliott e la sua attenzione al mondo che lo circonda sono andati, ovviamente, di pari passo con la sua ispirazione musicale: così, se “Drinking Songs” e “Failing Songs” rappresentavano l’abbandono a una visione del mondo fosca e disperata, di fronte alla quale non restava altro se non l’impietosa ma remissiva constatazione di un destino inesorabile, questo nuovo “Howling Songs” dimostra fin dal titolo una reazione, parimenti tormentata, di fronte a una realtà che torna a produrre profondi tumulti interiori.
Anche in questo caso, il profilo musicale dell’opera rispecchia le sue componenti ideologico-narrative, innestando sulla ricerca di un obliquo folk dalle radici euro-mediterranee – tratto comune di entrambi gli album precedenti – urticanti incursioni elettriche, che sembrano voler esternare un senso di irrimediabile disillusione e sconfitta, traducendo secondo l’attuale sensibilità dell’artista le destrutturazioni degli esordi.

“Howling Songs” si colloca, infatti, su una linea di continuità rispetto ai due capitoli precedenti, riproponendo Matt Elliott nella veste di cantore di cupe ballate che, attraverso una coralità sghemba e profondamente radicata nella cultura popolare europea, sembrano voler esorcizzare un sentimento di ineluttabile sconfitta.
Venuto meno l’effetto-sorpresa di “Drinking Songs”, l’afflizione umana di Elliott viene qui metabolizzata in composizioni in larga misura irrequiete, che sotto la superficie di una continuità espressiva parziale e soltanto apparente, restano invece soggette ai moti imprevedibili dell’animo, condotti a conseguenze musicalmente cangianti proprio dall’ulteriore variabile elettrica, che va ad aggiungersi al dialogo di un’indolente chitarra gitano-ispanica con arrangiamenti da raffinata orchestrina mitteleuropea. Prima prova rappresentativa di quest’impostazione deriva subito dal brano d’apertura: “The Kübler-Ross Model” – il cui titolo, giusto per rendere l’idea del mood, si riferisce al modello psicologico che descrive le cinque fasi di reazione a una diagnosi terminale – tesse un ordito lungo oltre undici minuti, costruito per via incrementale secondo la consueta andatura dolente, attraverso melodie di ipnotica circolarità, cantate quasi a mezza bocca ma scosse dall’irrompere repentino di due spasmi elettrici che, esplodendo e ritraendosi, deviano il brano in un turbine di claustrofobica drammaticità.

Asprezza espressiva analoga, anzi ancor più pronunciata, presentano anche gli altri brani a prevalenza elettrica, che si muovono dal senso di fumosa oppressione della commovente “Something About Ghosts” al dilaniante post-folk di “The Howling Song”, passando per i coinvolgenti cambi di registro di “A Broken Flamenco”, che incastona il fragore della sua corposa parte centrale tra un incipit disincantato e un sorprendente finale romantico, la placidità del cui pianoforte non viene scalfita dalla discreta persistenza di residue distorsioni di fondo.
Benché in questi brani si percepisca nuovamente una certa comunanza con l’approccio corale e drammatico degli ultimi Silver Mt. Zion, riscontrabile già in “Failing Songs”, la classe di Elliott rifugge ancora qualsiasi accostamento, poiché è ben evidente come la ritrovata ruvidezza rappresenti qui non una mera opzione stilistica quanto invece uno sfogo, privo di edulcorazione alcuna, al cospetto del “falling/fallen world”, uno grido di strenua resistenza al mostro che sulla copertina – di bellezza, al solito, sinistra – attenta alla mente e mina l’anima.

Accanto all’urlo rabbioso, vi è però ancora spazio per un paio di frammenti densi di cinematico romanticismo (“How Much In Blood?”, “Song For A Failed Relationship”) e soprattutto per uggiose chansons acustiche, dalle quali traspare chiaramente l’intimo senso di disfatta e la stessa urgenza espressiva sottesa alla musica di Elliott. “Can’t sing to keep myself from falling,/ it always comes without a warning” canta infatti sommessamente nei tre minuti della nostalgica “Berlin & Bisenthal”, preliminari a una ballata di rara intensità e lirismo (“I Name This Ship The Tragedy, Bless Her & All Who Sail With Her”), che per tono, tematiche e andamento ebbro potrebbe elevarsi a simbolo di quanto Elliott ha voluto rappresentare in questa fase della sua produzione, in qualità di uomo, artista e testimone di una post-modernità decadente, che declina tragicamente verso un naufragio senza speranza, accompagnata dall’illusorio, ossessivo refrain “we’ll sail on again, we’ll sail on again”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 5 ottobre 2008 da in recensioni 2008.
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