music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Caesura

HELIOS – Caesura
(Type, 2008)

Il diafano scorcio di una distesa innevata, osservato dal finestrino di un treno in movimento, un viaggio immerso in una quiete ovattata, nella quale precipitano pensieri solitari.
Le immagini di copertina dei dischi della Type Records, caratterizzate come sono da uno stile unico e riconoscibile, spesso esemplificano a dovere il contenuto artistico o quanto meno quello istintivo del lavoro cui sono associate; non sembri dunque arbitrario voler leggere il nuovo disco dell’eclettico compositore americano Keith Kenniff (tornato ad incidere sotto la prediletta sigla Helios, dopo un paio d’album con l’alias Goldmund) in chiave ancora più intima e raccolta rispetto al precedente, splendido “Eingya”, traendo spunti anche dal dato superficiale dell’artwork e da quello concettuale del titolo.

“Ceasura” – è bene chiarirlo subito – non segna significative discontinuità rispetto alle precedenti produzioni a nome Helios, delle quali rappresenta senz’altro diretta emanazione, filtrata attraverso una maturità compositiva tanto accurata da non avere remore di correre il rischio di apparire troppo compunta, lineare e dunque algida. Si tratta invece di un album che adombra un messaggio autodiretto, incentrato sui temi della separazione e della distanza, esplicitati per l’appunto dal contemplativo abbandono del disegno prescelto per la copertina: non più la salda stretta di mano di “Eingya”, ma la solitudine determinata da una separazione, da un viaggio che implica ripiegamento spirituale e commiato dal calore umano condiviso per un fugace attimo.

Inerti movimenti nello spazio e instancabili sinapsi nervose sembrano infatti i binari paralleli sui quali corrono i cinquanta minuti scarsi di “Caesura”: da un lato l’incedere delle componenti ritmiche, sfumate ma inesorabili nella loro regolarità (l’energia cinetica della “macchina” che si fa strumento di distacco), dall’altro il lavorio incessante della strumentazione reale, incentrata in prevalenza su arrangiamenti sobri e trame chitarristiche elettro-acustiche, pacate e sempre molto misurate, eppure continuamente cangianti (la fervida attività del pensiero, in grado di travalicare lo spazio).
Dall’incontro e dalla varia intersezione di tali elementi nascono dieci brani, tutti dalla durata a cavallo dei quattro e dei cinque minuti, elaborati secondo un registro tanto intimo e consapevole da poter persino apparire distaccato. Abbandonate quasi del tutto le iterative dilatazioni elettroniche, Kenniff traduce qui la sua vocazione ambientale in composizioni lineari, costruite sul movimento ondulatorio di melodie corredate da inserti elettronici, spesso utilizzati in funzione di timido corollario, ma talora pervase da maggiore densità ritmica.

Il tepore acustico della chitarra che brilla in quasi tutte le tracce dimostra come la sua attenzione si sia qui concentrata soprattutto su questo strumento; il suo spettro musicale è tuttavia ben più ampio di quello dei puri e semplici fingerpicker, contemplando una vasta gamma di timbriche policrome, filtrate attraverso frequenti aperture armoniche, inserti elettrici, sonorità delicate e giocose (si veda il vibrafono dell’ottima “A Mountain Of Ice”), nonché impreziosite dall’assoluta novità dell’affacciarsi di qualche sfuggente vocalizzo di fondo.
Ne risultano composizioni fortemente crepuscolari, concettualmente “ambientali” e animate da mille pulsazioni, che sotto una superficie fin troppo perfetta per risultare subito coinvolgente dischiudono un mondo fragile e proprio per questo gelosamente custodito. Tanto personali da tollerare ancora una volta il solo paragone con The Album Leaf, i dieci “scorci dal finestrino” compresi in “Caesura” rideclinano in perfetto equilibrio l’idea stessa di una musica che sarebbe fuorviante confinare a mero sottofondo, se non altro perché in questo caso Kenniff ne inverte la direzione, rinunciando altresì a derive di facile e immediata suggestione. Eppure, è proprio sotto il profilo istintivo che alla lunga riescono a colpire le varie “Come With Nothings”, “Blacklight” o “The Red Truth”, colonne sonore di una pensosa solitudine, con lo sguardo sull’orizzonte che scorre veloce, a suggellare una nuova distanza e il ricordo della bellezza di un attimo.

E se la musica di Keith Kenniff riesce con grande naturalezza a coniugare perfezione formale, continua elaborazione sonora ed efficacia espressiva, facendo a meno delle parole e rifuggendo espedienti di pronto impatto, si può a ragione affermare di essere in presenza di uno dei compositori contemporanei più arguti e versatili.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 ottobre 2008 da in recensioni 2008.
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