music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Dark Horses

PIANO MAGIC – Dark Horses
(Make Mine Music, 2008)

Chi ha seguito il percorso di artistico di Piano Magic, prima ancora che album come “The Troubled Sleep” e “Disaffected” gli tributassero la meritata ampiezza di consensi, conosce bene l’attitudine di Glen Johnson a inserire, a cavallo delle sue opere sulla lunga distanza, Ep o mini album spesso in buona parte avulsi da una linea consequenziale rispetto ai lavori tra i quali si collocano.
Così è stato per l’inquietudine atmosferica di “I Came To Your Party Dressed As Shadow”, per le derive psych-folk di “Saint Marie” e per l’elettronica glaciale di “Open Cast Heart”.

Secondo tale linea di continuità, altrettanto significativi sono gli appena diciassette minuti di questo Ep e ciò non solo sotto il profilo strettamente musicale, che devia solo in parte dall’ispessimento elettrico dell’ultimo “Part-Monster”. “Dark Horses” è, infatti, la prima uscita discografica di Piano Magic per la nuova etichetta Make Mine Music, consapevolmente scelta da Johnson per la massima autonomia attribuita ai suoi artisti (tra gli altri Yellow6, Epic45, July Skies e Library Tapes), tanto in sede creativa che di promozione e distribuzione; scelta controcorrente, insomma (come quella di far uscire questo breve Ep in sole mille copie), e fortemente emblematica per un artista dalle potenzialità ormai da major ma di fatto fiero e gelosissimo della propria indipendenza.
Al di là dei significati “ideologici” sottesi a questo Ep, le sue quattro tracce tendono a smussare la preponderante mole elettrica di “Part-Monster”, riproponendone sì le ritmiche insistite e le atmosfere generalmente opprimenti, diluite tuttavia secondo il consueto registro liquido e spettrale, ormai marchio riconoscibilissimo di Piano Magic, al pari dei testi, ancora una volta incentrati sui temi della separazione e dell’assenza.

Se il fosco simbolismo della title track e l’incedere marziale della claustrofobica “A Book I Should Not Read” sembrano porsi quale ideale ma più sfumata prosecuzione dell’album precedente, sono i due brani centrali a presentare maggiori spunti d’interesse, delineando variazioni non inedite nella discografia di Johnson, eppure certamente più confacenti alla sua penna dolente. Così, nell’avvolgente “Vacancies” la voce cristallina di Angéle David-Guillou pennella una canzone veloce ed equilibrata alla perfezione nella sua veste sottilmente psych e nell’amara vacuità del testo (“Well, phone me if you feel the need. My days are vacancies; my heart, it tends to bleed”), mentre con “Stations” Johnson regala un pezzo all’altezza dei suoi più riusciti, conciliando sonorità morbide e incedere ritmico inesorabile, che insieme instillano agevolmente sotto pelle l’immutabile autunno del suo animo (“We’re stations, disconnected at the heart. Our rails are rusted veins; our switches, torn apart”). Johnson sarà pure un artista ormai consumato in questo genere di effetti, ma se il risultato è un brano di tale spessore vuol dire che il gioco gli riesce sempre molto bene e soprattutto con estrema naturalezza.

Al solito poco probante di transizioni in corso e dunque “periferico” rispetto al resto della discografia di Piano Magic, anche questo Ep costituisce qualcosa più di un semplice riempitivo tra due album, tanto che da esso può comunque trarsi qualche incoraggiante indicazione di un parziale superamento dei caratteri meno convincenti di “Part-Monster”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 ottobre 2008 da in recensioni 2008.
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