music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Dark End Of The Street

CAT POWER – Dark End Of The Street
(Matador, 2008)

Chan Marshall ci sta prendendo gusto, non c’è che dire. Iniziato l’anno con il suo secondo album di cover, lo conclude con un corposo Ep che comprende altre sei reinterpretazioni registrate contestualmente ai brani compresi in “Jukebox”, ma che non avevano trovato spazio in quel lavoro.
È scontata, dunque, l’identità stilistica e di contenuto di queste nuove cover, parimenti contrassegnate da una ricercata scelta dei brani e da un’ulteriore, raffinata immersione nella polverosa tradizione black americana.

Sono ancora il soul e il blues più classici il playground entro cui Cat Power si diverte ad esercitare le sue ben note doti interpretative, adesso tanto mature da trasformare la sua stessa immagine di “ragazza con la chitarra” dei tempi di “What Would The Community Think?” e “Moon Pix” in quella di “signora di gran classe”, consapevole del suo charme e capace di dosarlo con sapienza, misurandosi anche con originali impegnativi e in buona parte alieni dalla sua originaria impronta artistica.
Alla luce di “Jukebox” e del suo ultimo album originale, “The Greatest”, non desta più sorpresa alcuna vedere Cat Power cimentarsi in interpretazioni dai contorni notturni e fumosi di brani di Aretha Franklin (la title track e “It Ain’t Far”) o di Otis Redding (“I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now)”), né tanto meno abbandonarsi con movenze vellutate a un’obliqua ed elegantissima “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival.

L’avvenuta transizione stilistica della Marshall è invece dimostrata in maniera ancora più evidente laddove riesce a piegare alla nuova fisionomia originali provenienti da tradizioni musicali ben diverse, come nel caso di “Ye Auld Triangle” dei Pogues, qui ammantata di un’aura desertica e alcolica, il cui incedere jazzy trova adeguato contrappunto in un cantato serico e in compassate note di pianoforte.
Sono proprio i passaggi al pianoforte a risultare in definitiva i più convincenti, o quanto meno quelli nei quali si riconosce maggiormente l’abituale personalità di Cat Power, che, in parte sovrastata dalla complessiva impostazione roots, emerge invece in primo piano nel soffuso ed intensissimo omaggio a Sandy Denny di “Who Knows Where The Time Goes”.
Da considerarsi niente più di un’appendice a “Jukebox”, questo Ep conferma tutti i limiti di una forma musicale che di Cat Power non riesce a valorizzare appieno i pregi, pur mettendone in risalto le doti di interprete consumata ed elegantissima. Ma poiché questo non poteva essere ragionevolmente messo in dubbio a priori, per valutare le prossime tappe del suo percorso artistico non resta altro che attendere una nuova prova originale in qualità di autrice.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 8 dicembre 2008 da in recensioni 2008.
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