music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

La La La

FELICIA ATKINSON – La La La
(Spekk, 2008)

Giunge dunque al debutto solista, sull’etichetta giapponese Spekk, la “lo-fi fille” Felicia Atkinson, artista multimediale di origine belga con la passione delle registrazioni casalinghe in bassa fedeltà, di recente introdotta alla produzione musicale da Sylvain Chauveau, che prima ne ha rivelato le seducenti doti vocali attraverso le declamazioni di “Roman Anglais” e adesso sovrintende ad alcuni dei frammenti di canzoni e delle improvvisazioni raccolte in questo breve album (mezz’ora appena).

Al pari della precedente opera collaborativa, fin dal suo titolo “La La La” si caratterizza per l’attenzione dell’autrice per l’aspetto fonetico dei brani, che qui peraltro si sviluppa parallelamente alle sue composizioni estemporanee, create utilizzando suoni (e microsuoni) dalle origini più disparate e miscelandoli in maniera artigianale, attraverso un comunissimo software open-source. Nessuna sovrastruttura né post-produzione ha coinvolto i bozzetti sonori presentati dall’artista belga, affezionata alla bassa fedeltà e al suo approccio dichiaratamente da non-musicista e difatti piuttosto simile a un compendio di tratti e di pennellate che non a un più complesso e ponderato schema compositivo.
Così, field recordings, chitarra acustica, pianoforte e glockenspiel giocano a rincorrersi, dando luogo a un substrato cangiante per la voce di Felicia, che alterna spoken word e vocalizzi disarticolati ad accenni di melodie, che però stentano a sfociare in vere e proprie canzoni, denotando un’evidente predilezione per costruzioni impressionistiche dalle fragili trame armoniche.

Si tratta infatti di un lavoro incentrato in prevalenza sul suono, e sulla capacità dell’artista belga di modellarlo come materia viva, facendogli assumere forme di volta in volta diverse: dall’aggraziata folktronica dell’iniziale “Lila” e di “Blue Walls” (quasi in odor di CocoRosie) alle inquiete trame acustiche di “Guitar Means Mountain”, dalla semplice piéce di piano lo-fi “No Wedding” alle torsioni vagamente psichedeliche della seconda parte dell’album, che lasciano intravedere potenzialità evolutive nello stile di una Jessica Bailiff o di una Christina Carter.
È ancora prematuro pronosticare il percorso futuro di questa poliedrica artista, tuttavia l’ampiezza del suo spettro d’interesse e la supervisione costante ai suoi primi passi musicali da parte di Sylvain Chauveau (che presto la coinvolgerà in un nuovo, ulteriore progetto) forniscono validi argomenti per seguire con attenzione l’interessante commistione di linguaggi sottesa alla sua musica.

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 dicembre 2008 da in recensioni 2008.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: