music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Madeleine Street

COCOANUT GROOVE – Madeleine Street
(Fridlyst, 2008)

Ombre allungate disegnate dal sole lungo una strada alberata, percorsa dall’andatura dinoccolata di una figura che indossa una maglia a righe imbracciando una chitarra: in casi come questo è sufficiente la copertina del disco per rendere l’idea del suo contenuto e destare quanto meno la curiosità di chi non ha riserve ad avvicinarsi a un indie-pop fuori dal tempo, tenendo nel contempo a debita distanza chi nutrisse pregiudizi nei confronti di qualsiasi accostamento ”indie” e di forme espressive di palese e spontanea retroguardia.
A quanti non fanno parte della seconda categoria potrà dunque interessare sapere che il giovane ritratto in copertina si chiama Olov Antonsson e che le ombre allungate sono quelle del sole della Svezia, Paese che non si smentisce come inesauribile fucina del pop di qualità. L’ultima e freschissima prova della vitalità del pop svedese è opera proprio di questo ragazzo che da solo suona quasi una decina di strumenti e, per l’occasione del debutto del suo progetto musicale Cocoanut Groove, si è fatto affiancare da altri quattro musicisti che arricchissero di sfumature cangianti le sue canzoni, scritte e arrangiate in maniera interamente casalinga.

Senza tanti giri di parole, c’è subito da dire che, nonostante questo esordio passerà, con buona probabilità, per lo più inosservato, sono davvero pochissimi i dischi che nel 2008 possiedono le straordinarie caratteristiche di “Madeleine Street”: i dieci brani di questo suo travagliato album di debutto – più volte rimandato e infine uscito in sole cinquecento copie in vinile con cd accluso – spaziano senza alcun riempitivo dal pop di chiara matrice sixties (prendendo spunto dai gruppi originali, più che dai loro omologhi contemporanei), all’indie di scuola Sarah Records e dintorni, rielaborando il tutto con profondo rispetto per i modelli, ma, al contempo, con spiccata personalità e gusto.
Concepiti nella glaciale Umeå e realizzati nella uggiosa e grigia Londra, i brani di “Madeleine Street” sono sì intrisi di spleen adolescenziale e di malinconia, ma hanno sempre le rosee sfumature che possiedono le nuvole quando il sole tramonta basso sull’orizzonte.

Il calore della voce quasi fanciullesca di Olov, gli arrangiamenti misuratissimi e curati sin nei minimi dettagli (ascoltare, a puro titolo esemplificativo, il suono di una moneta che cade, alla fine di “A Dream Of Two Summers”) ed il sapiente uso di una strumentazione eclettica, che spazia dalla tromba ai violini, dai mandolini all’harpsicord, con gusto e delicatezza, creano un canovaccio narrativo dal sapore antico, capace di alternare con straordinaria naturalezza trascinante giocosità e dimesso intimismo, conferendo all’insieme un’aura fuori dal tempo e dalle mode, quasi che il 2008 potesse essere il 1968 o, forse, il 2028.
Dalla vivace “End Of The Summer On Bookbinder Road”, con un assolo di tromba che scioglierebbe anche i cuori più duri, alle nostalgiche digressioni acustiche di brani quali “Walking To Madeleine Street”, “Hummin’”, “Lately” e “Shadow”, da brani più movimentati ed elegantemente arrangiati come “The Castle” o “ The Looking Glass”, fino all’abbacinante crepuscolare bellezza della conclusiva title track, tutto in quest’album funziona alla perfezione.

L’essenza di “Madeleine Street” è, senza dubbio, quella di un pop malinconico e umorale, soggetto al trascorrere delle stagioni eppure immutabile nell’inerte contemplazione da una finestra e nella perenne nostalgia di ricordi di una “estate dell’animo” che fu. “And in my tiny world that I’ve built for myself/ ten dusty books on a dusty shelf/ No one ever enters and no one ever leaves/ but the day for some other one to seize” canta Antonsson nel soffuso raccoglimento di “Shadow”, sorta di rielaborazione, in chiave indie-pop, di classici assoluti quali “Yesterday” o “Pink Moon”, ridisegnando una sorta di pop isolazionista, per il quale sono sufficienti una chitarra acustica e un sobrio arrangiamento d’archi.
Eleganza, anima, cuore, perizia, grandi doti di scrittura e una immensa voglia di comunicare fanno di questo sorprendente e inaspettato esordio l’album (indie)pop del 2008, quando oramai si era forse persa la speranza di trovarlo (e la voglia di cercarlo).

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2008 da in recensioni 2008.
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