music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: TINDERSTICKS I

TINDERSTICKS – Tindersticks
(This Way Up, 1993)

In America era il periodo di esplosione del grunge; da questa parte dell’Atlantico il pop-rock di classica impronta britannica si stava trasformando in brit-pop e lo shoegaze regalava i suoi ultimi lasciti, mentre qualcuno di lì a poco avrebbe coniato il termine post-rock. Anni fervidi, i primi Nineties, forse gli ultimi nei quali potevano individuarsi “scene” e impostazioni stilistiche tra loro relativamente omogenee.
Eppure, in quello stesso periodo capitava che, tra un brano dei Nirvana e uno degli Stone Roses, sulle radio “alternative” si affacciasse qualcosa di completamente diverso, opera di una band tanto ampia quanto oscura, votata alla rideclinazione in una sinistra chiave orchestrale del raffinato cantautorato di Leonard Cohen, coniugato con le atmosfere malate di Nick Cave e con uno spleen latente, intriso di uno spirito decadente, inebriato dei fumi dell’alcool e del tabacco.
Per conseguire un risultato di tale dolente eleganza era necessario un impianto strumentale capace di bilanciare romanticismo orchestrale, spirito “indie” e sensibilità melodica, nonché una voce vibrante, che rinverdisse con propria personalità i fasti del citato Leonard Cohen e il fascino degli chansonnier francesi, Brel e Gainsbourg in testa.
Il piccolo miracolo di riassumere tutti questi elementi in un’unica band e in uno strepitoso album d’esordio è riuscito a questo lavoro, che rivelò il timbro da crooner di Stuart A. Staples e un gruppo di musicisti capaci di pennellare infinite sfumature di pop orchestrale lungo il monumentale impianto di ventuno tracce per quasi ottanta minuti di durata.

Sfuggente agli stessi canoni formali di un’opera pop, la complessa articolazione del lavoro va di pari passo con la straordinaria espressività filtrata attraverso l’angoscia esistenziale dei testi, supportati alla perfezione da una rara profondità interpretativa e dalle incessanti variazioni di registro della band, capace di alternare soffusi fraseggi acustici, inquiete dissonanze e raffinate piéce cameristiche.
L’album è al contempo un affresco di malinconia crepuscolare e una raccolta di canzoni realizzate in punta di melodia, tanto nei passaggi intimi e minimali quanto nelle più frequenti aperture a una grandiosità orchestrale mai stucchevole o fine a se stessa, ma contrassegnata da un accurato lirismo e da irrequieti inserti strumentali. Non vi è infatti edulcorazione né autocompiacimento lungo il corso dei ventuno brani compresi nel lavoro, alla cui cupezza di fondo sono anzi funzionali le reiterate dissonanze degli archi e le improvvise incursioni elettriche, sovente disposte a incastro con rilanci armonici densi di dolente pathos.

Se si eccettua il timido ma sinuoso andamento uptempo dell’iniziale “Nectar”, il primo segmento del lavoro offre un saggio fulminante dello stile e delle coinvolgenti qualità narrative dei Tindersticks. Accanto al primo dei tre frammenti del brano “a puntate” “Sweet Sweet Man” (il ricorrere del cui ritornello “a sweet sweet man like me, I can only bring you the misery” esemplifica da solo a sufficienza la poetica di Staples), si passa con ostentata nonchalance, quasi senza soluzione di continuità emotiva, dalla vellutata claustrofobia della tromba e degli improvvisi spasmi elettrici di “Tyed” a due autentici brani-simbolo quali “Whiskey & Water” e “City Sickness”, inni sofferti dell’abbandono a una solitudine dolente, a una malinconia tanto profondamente radicata nell’animo da apparire quasi agognata e assaporata con voluttà. Sono questi tra i brani più struggenti e di pronto impatto di tutto l’album, nei quali solitudine e disagio interiore si mescolano nelle inestricabili tenebre (“the light is just a memory to me now”) di un isolamento pubblico e privato, la cui tensione viene dissolta solo in parte dall’apparente imperturbabilità armonica di Staples. Allo stesso modo, l’accostamento tra orchestra e distorsioni elettriche affioranti incarna in maniera impetuosa la sofferenza e la sorprendente leggiadria di “Milky Teeth” e la completa sottomissione al sentimento che promana da “Jism” (“If she’d have known, she’d have shown me in/ I need to taste her pain for encouragement”), brano dall’andamento folkeggiante, che si sviluppa tra l’angosciosa solennità dell’organo e ripetute impennate orchestrali, culminanti in un accorato grido finale.

L’album non vive tuttavia soltanto di momenti di irruente esplicitazione di una sensibilità tormentata, presentando altresì il lato più romantico della band, che si dimostra pienamente a proprio agio tanto nell’applicazione di componenti melodiche a più compunti giochi di dissonanze (“Paco De Renaldo’s Dream”, lo spoken word di “Marbles”) quanto nel raccoglimento di brani che virano con decisione verso obliqui sentori folk e raffinatezze da chansonnier confidenziali. Gli aspetti più intimisti del lavoro emergono poi con maggior decisione nella sua parte conclusiva, ove – se si eccettua l’urticante flamenco di “Her” – prevalgono atmosfere di soffuso abbandono, come se le luci del fumoso locale in cui suonano Staples e compagni si fossero smorzate e il frastuono avesse lasciato il posto a pochi, desolati rumori di fondo, unico contorno alle ebbre considerazioni sulla vita e sull’amore delle splendide “Drunk Tank” e “Raindrops” e del perfetto finale “The Not Knowing”. Ancorché meno immediati rispetto alle abrasive ballate orchestrali di inizio disco, i brani più delicati e raccolti esaltano il talento melodico di Staples e la qualità compositive della band, capace di arricchire canzoni dalle strutture disadorne di un piglio personalissimo, semplicemente attraverso gli arrangiamenti d’archi e il suono elegante e antico dell’organo di David Boulter.

Alla fugacità delle mode alternative, agli eccessi e alla voglia di impressionare ad ogni costo, i Tindersticks oppongono la sobria ricercatezza di un chamber-pop fuori dal tempo e l’ordinarietà solo apparente di una fragile autenticità emozionale, che trova quanto mai compiuta rappresentazione in questo viaggio romantico nei sotterranei dell’animo umano, tradotto in canzoni pervase da grande classe, intensità e non comune senso della melodia.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2008 da in memories.
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