music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Replace Why With Funny

DEAR READER – Replace Why With Funny
(City Slang, 2009)

Una provenienza “esotica”, una voce femminile di sicuro impatto, il patrocinio di un’etichetta importante, un’estetica curata e riconoscibile fin dall’aspetto grafico dell’album e delle esaurienti informazioni reperibili sul loro sito ufficiale. Non deve stupire che il terzetto sudafricano dei Dear Reader abbia in breve tempo richiamato copiose attenzioni in ambito indipendente, poiché il suo album di debutto soddisfa tutti i requisiti di cui sopra, coniugandoli altresì a una proposta musicale senz’altro efficace nel presentare caratteri folk-pop ricchi di sfumature e sufficientemente “mutanti”, ormai sicuro viatico di consensi.

Vi è però da precisare che “Replace Why With Funny” non è esattamente il primo lavoro della band che ruota intorno alla figura dell’eclettico polistrumentista Darryl Torr e alla voce intensa e vellutata della brava cantante e pianista Cherilyn MacNeil, perché quella di Dear Reader rappresenta semplicemente una nuova denominazione, assunta dopo aver dovuto abbandonare per motivi legali quella originaria di Harris Tweed, sotto la quale era stato realizzato un album dal titolo “The Younger” nel 2006. Rinata pertanto a nuova vita – seppur in linea di sostanziale continuità con quanto espresso in precedenza – e supportata dalla produzione di Brent Knopf dei Menomena, la band di Johannesburg racchiude in “Replace Why With Funny” una varia rassegna delle sue qualità in dieci brani nei quali convive una pluralità di sensazioni e modalità espressive, quasi a rendere in musica le contraddizioni e la ricchezza di spunti del suo Paese d’origine.
Dall’album non traspare tuttavia alcuna peculiarità geografica, poiché i Dear Reader guardano piuttosto, con pari interesse e passione, a una levità pop di matrice scandinava e, soprattutto, a quel caleidoscopico universo indie-folk che spazia da certe recenti esperienze della scena canadese e di quella di Portland ai funambolismi di Sufjan Stevens e delle sue tante scoperte recenti.

Al menestrello del Michigan può in effetti far pensare la varietà strumentale di un lavoro che passa con scioltezza da corposi arrangiamenti e melodie corali a semplici accordi di chitarra e pianoforte. Su questo substrato più o meno costante, si stagliano pregevoli canzoni dal passo svelto, lievi e frizzanti nonostante una sottile malinconia di fondo e quasi sempre adeguatamente coronate dalla voce della MacNeil, capace di alternare con naturalezza un registro vocale suadente, non distante da quello di Lesile Feist, a interpretazioni più decise, che si lasciano andare persino agli accenni broadwayani della scatenata “Out Out Out”. Il tratto più convincente del lavoro resta comunque legato ai passaggi più semplici, quand’anche accompagnati da un tocco di imprevedibilità che tuttavia non dà quasi mai l’impressione di essere forzato.
Prendono così forma canzoni sinuose e ben strutturate quali, su tutte, “Dearheart”, “Never Goes” e soprattutto “Bend”, ottimi saggi della capacità della band sudafricana di delineare melodie non sempre eccelse ma tuttavia dotate di quel tocco in grado di renderle riconoscibili, e confermarne l’efficacia con il procedere degli ascolti. Tanto basta per rendere comprensibili almeno in parte le attenzioni ricevute dal terzetto sudafricano, se non altro per la leggerezza con la quale è riuscito a compilate una scaletta di canzoni che ben descrivono tanti piccoli e aggraziati scorci dalla freschezza mutevole di una primavera sugli altipiani australi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 aprile 2009 da in recensioni 2009.
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