music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

A Ways Away

TARA JANE O’ NEIL – A Ways Away
(K Records, 2009)

Quando ci si ritrova in presenza di un nuovo lavoro di un’artista quale Tara Jane O’Neil, si è quasi inevitabilmente tentati di ricostruirne il multiforme passato e alla luce di esso analizzarne le espressioni attuali. È invece decisamente più opportuno contestualizzare questo “A Ways Away”, settima opera della chitarrista e cantante di Louisville, in quella che è la sua ormai consolidata fisionomia artistica, almeno da quando si è lasciata alle spalle le varie esperienze di Rodan, Sonora Pine e Retsin, per intraprendere una carriera solista nella quale ha trasfuso con sobria misuratezza narcolettiche scarnificazioni sonore e spigoli smussati di un antico impeto, adesso represso ma ancora distinguibile sotto una superficie al tempo stesso soffusa e inquieta.

Accompagnata da collaboratori quali Jana Hunter e Dan Littleton (Ida), in “A Ways Away” Tara Jane O’Neil offre un nuovo saggio di quella grazia estatica e tormentata che attraverso i suoi album precedenti l’ha condotta alla definizione di un riconoscibile profilo cantautorale, fatto di introspezione atonale, melodie diafane e scarne strutture armoniche in fedeltà medio-bassa.
Col tempo, tuttavia, la sua acquisita maturità di scrittura sembra poter fare a meno di artifici estetici per lasciare più ampio respiro a trame armoniche omogenee e gentilmente aspre. Come già nel precedente “In Circles”, l’attenzione dell’artista sembra essersi spostata dall’abituale, sapiente calibrazione delle note alla cura di arrangiamenti in grado di far rifulgere la sostanziale stasi e la fragile essenzialità casalinga di brani sempre più orientati verso sembianze di canzoni intrise di una timidezza solo apparente.

Tale linea evolutiva sembra testimoniata dalla riproposizione in questo disco di un brano già edito, quel piccolo gioiello di “Howl” (compreso in “You Sound, Reflect” del 2004), qui rivisitato in chiave organica e meno lo-fi, in modo da conferire più arioso respiro alle sue definite linee melodiche.
Non si tratta, ovviamente, di un caso isolato, poiché tra le affioranti asperità di “Dig In” e “Drowning” e l’ascetica immobilità di “Beast, Go Alone”, la O’Neil delinea malinconiche istantanee da outsider sotto forma di dolci accordi che fungono da cornice a un songwriting di estrema discrezione, contornato da note lentamente stillate che sostengono un cantato dai tratti trasognati. Prendono così forma vere e proprie canzoni come le ottime “In Tall Grass” e “New Binding”, sorrette da un impianto melodico al solito sobrio ed esile, la cui delicatezza riesce con poco a sfociare in rapito straniamento.

L’album non è tuttavia proteso solamente alla costruzione armonica, poiché non mancano passaggi nei quali ricorrono ancora pregevoli pennellate più sperimentali, sotto forma delle filigrane chitarristiche di “Biwa” e soprattutto delle saturazioni lo-fi di “Pearl Into Sand” e “The Drowning Electric”, brani che viaggiano nella direzione di una drone music casalinga che nulla ha da invidiare a esperienze di recente celebrate e anzi debitrici nei confronti dell’artista di Louisville (si pensi ad esempio a Liz Harris).
Anche in “A Ways Away” l’inquietudine di Tara Jane continua a scorrere sotto la cenere, sotto le vesti dimesse di una musica spoglia ma fortemente evocativa della partecipazione dell’artista, della quale delinea il carattere ormai assestato in ballate agrodolci che nella discrezione dei toni racchiudono il senso finale di tutta un’esperienza artistica. Forse troppo poco per quanti si focalizzeranno sulla confermata convenzionalità di questo lavoro rispetto a un’attività ultradecennale, più che abbastanza per chi ne saprà cogliere l’autenticità e la compostezza di realizzazione.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 4 maggio 2009 da in recensioni 2009.
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