music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ten Duets

PETER BRODERICK – Ten Duets
(Digitalis, 2009)

Prolificissimo e geniale come nel giro di un paio d’anni di attività discografica si è già imparato a conoscerlo, il giovane polistrumentista danese Peter Broderick offre un breve saggio della sua versatilità compositiva e di esecuzioni in una release davvero particolare, fin dal suo formato.
Si tratta infatti di un’uscita limitata a trecento copie sull’esclusivo supporto di nastro magnetico, pubblicate dalla Digitalis, etichetta di culto in ambito avant-folk.

I dieci duetti di cui al titolo di questo lavoro non rappresentano collaborazioni di Broderick con altri artisti – come quelle messe in pratica in passato ad esempio con Efterklang, Library Tapes e Horse Feathers – ma piuttosto collaborazioni… con se stesso. Si tratta infatti di duetti tra strumenti, ritratti insieme nelle foto che corredano la scarna cassettina, così come sono abbinati nei titoli dei brani, che ne descrivono con chiarezza gli accostamenti, talora audaci, presenti in ogni traccia.
La poco più di mezz’ora di durata della cassetta, dal punto di vista formale, non contiene né più né meno di quanto facilmente evincibile dalla semplice lettura della sua trasparente tracklist. Da quello sostanziale, vi è invece senz’altro qualcosa di più, e solo in parte riconducibile ai poliedrici saggi del suo talento offerti fin qui dall’artista danese: frammenti pianistici accostati alla discrezione gioiosa di una pianola, arpeggi acustici stratiformi e solenni saturazioni sintetiche.

Pregevoli, oltre agli intrecci minimali dell’iniziale “Piano & Toy Piano”, risultano le modulazioni delle corde delle chitarre e degli archi, nonché accoppiate del tutto imprevedibili, quale quella tra le note assolate del mandolino e le atmosfere spettrali del theremin. Con poche note ed elementi, Broderick riesce a creare scorci romantici (“Viola & Laptop”, “Nylon Guitar & Violin”) e brevi substrati sperimentali, che paiono scheletri per composizioni ancora da costruire, eppure già abbastanza autonome anche in questa loro forma embrionale (“Pump Organ & Hand Bells”).
La sensazione è, in effetti, quella di non essere in presenza di pezzi ancora perfettamente compiuti, ciononostante questi dieci brani si atteggiano non come semplici esercizi stilistici ma piuttosto come saggi di una perizia e una versatilità che anche in questo estemporaneo gioco di sottrazione esprimono una voglia di sperimentare per nulla fine a se stessa, supportata com’è da una straordinaria misuratezza espressiva e di un eclettismo strumentale che oggi ammette davvero pochissimi paragoni. Un motivo in più per seguire con estrema attenzione le frequenti orme di Peter Broderick, il ragazzo che da solo è in grado di riassumere in sé un’intera orchestra.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 maggio 2009 da in recensioni 2009.
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