music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Délivrance

A HAWK AND A HACKSAW – Délivrance
(Leaf, 2009)

Ogni lavoro della band di Jeremy Barnes e Heather Trost descrive un itinerario, un’immersione completa in un patrimonio musicale dalle mille sfaccettature, la cui complessità è oggetto di analisi approfondita fin nei suoi dettagli più periferici, animata al tempo stesso da volontà di conoscenza e consapevolezza di un’insuperabile estraneità culturale.
Le contaminazioni tradizionali lato sensu “balcaniche” negli ultimi anni sono state frequenti in produzioni indipendenti dalle matrici più disparate, poche delle quali hanno tuttavia raggiunto i livelli di compenetrazione artistica e culturale di A Hawk And A Hacksaw. Lo sguardo di Barnes non si è infatti limitato a quello indistinto d’insieme di un viaggio turistico nell’Europa Orientale (alla Beirut, per intenderci), ma si è spinto a scandagliare luoghi, popoli e tradizioni: per farlo, Barnes si è trasferito stabilmente a Budapest in occasione della collaborazione con l’Hun Hungár Ensemble, muovendo poi di lì verso ulteriori esplorazioni di terre e folclori altrimenti dimenticati.

La capitale ungherese è stata luogo eletto per la realizzazione di “Délivrance”, album che riprende le scatenate ballate in salsa gitana per cui la band si era segnalata con i precedenti “Darkness At Noon” e “The Way The Wind Blows”, arricchendole di percorsi dal raggio ancora più ampio, volti a evidenziare un sincretismo non limitato all’ambito musicale, che travalica confini geografici, storici e politici.
Non solo Balcani, dunque, ma anche Carpazi, Danubio e poi, ancora verso Est e Sud: Grecia, Turchia e ancora oltre, fino a Israele, alla ricerca dei legami mediterranei tra Asia ed Europa, ripercorrendo a ritroso i tragitti degli ebrei ortodossi e dei conquistatori ottomani.

Il contenuto musicale di questo itinerario è rappresentato da dieci brani, quasi tutti connotati da un polveroso andamento uptempo e da una notevole ricchezza strumentale, che non si limita a un calligrafico profluvio di ritmi e ottoni, dilettandosi invece nella ricerca di peculiarità compositive (non a caso quattro brani sono tradizionali o loro riadattamenti) e strumentali, come nel caso del cymbalum, strumento simile al dulcimer suonato con la bacchetta. In pochi giri di danza scatenata si passa così dalla ballata greca al bozouki “Foni Tu Argile” agli arabeschi obliqui di “Kertész” e “Hummingbirds”, dall’impeto della fisarmonica allo stridore dei violini, fino a melodie aspre e sinuose, che segnano l’ulteriore passaggio ad Est, ricostruendo le tessere di legami storico-culturali mai completamente dissolti.
L’impronta dei brani permane in prevalenza calda e gioiosa, senza con ciò sfociare in superficialità ridanciane, mostrando anzi anche qualche istantanea di solenne nostalgia (“Raggle Taggle”) e riflessive stratificazioni melodiche, che tuttavia solo in rare occasioni assumono compiuta forma di ballata. Si tratta, con tutta evidenza, di una precisa impostazione stilistica, ma anche di un limite allo sviluppo di un autonomo profilo artistico tale da risultare ispirato alla tradizione e al tempo da essa svincolato; nonostante la coerenza di fondo del loro studio etno-musicale A Hawk And A Hacksaw solo a tratti danno l’impressione di fornire un proprio contributo personale a quella che sembra piuttosto un’accorta ricognizione antropologica.

Sarà per questo che il vero limite di simili operazioni continua a risiedere nella difficoltà di trascendere la mera ricerca sonora attraverso soluzioni originali, quali quelle qui appena delineate in miniature tzigane o arabeggianti e nella ballata di fisarmonica e violini “I Am Not A Gambling Man”, unico pezzo veramente in grado di rideclinare al presente un’opera che pure riesce molto bene a rendere i sentori esotici e incantati di luoghi e atmosfere di un altrove spazio-temporale.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 maggio 2009 da in recensioni 2009.
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