music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Cradlesongs

SLEEPING ME – Cradlesongs
(Hidden Shoal, 2009)

L’australiana Hidden Shoal conferma la sua fama “di culto” quale etichetta lungimirante nella scoperta di nuovi artisti impegnati a esplorare territori ambientali e post-rock, proponendo l’album di debutto del chitarrista californiano Clayton McEvoy, peraltro già attivo in qualità di collaboratore di altri progetti affini quali quelli dei Refractors (da poco uscita una loro raccolta su Dynamophone) e del portoghese Jorge Mantas, aka The Beautiful Schizophonic.

L’opera di debutto del progetto personale di McEvoy, Sleeping Me, passa in rassegna le molteplici sfumature di una musica incentrata su sottili rarefazioni e dilatazioni temporali, ma non semplicemente circoscritta ad esercizi stilistici incentrati sul dosaggio e sulla lavorazione di note chitarristiche, nel solco della più classica guitar-ambience.
Benché l’incipit morbido e sognante di “Cradlesongs” rimandi in maniera esplicita agli accordi cadenzati di Yellow6, le composizioni di McEvoy che incidono su quella falsariga sono non solo poco numerose ma anche soggette a iterazioni e crescendo spiccatamente emozionali; mentre nel corso dei tre quarti d’ora del lavoro si alterna una varietà di registri non sempre di immediata percezione, eppure costellata da un continuo avvicendarsi di suoni acustici, esili distorsioni, cammei pianistici e inserti d’archi, ora in forma di note sparse, ora avviluppati in veri e propri drone.

Se si eccettuano i più inquieti flutti distorsivi di “Invasive Gravel Road”, l’album disegna una serie di paesaggi impalpabili, percorsi da tenui increspature e resi rilucenti da un approccio denso di avvolgente romanticismo, che in brani come “First Cell, First Love” e “Tired Hearts” materializza nuovamente le vaporose lande islandesi di Stafrænn Hákon e in parte anche dei Sigur Rós più carezzevoli.
Nel condurre tale operazione, McEvoy affianca ai suoi compassati riverberi chitarristici suoni acustici che contribuiscono ad ammantare di calde tonalità modulazioni sintetiche dal gusto cinematico (“Pride And Fall”, “Cradlesong”); quando queste ultime prendono il sopravvento, le composizioni si immergono invece in maniera esplicita in raffinate profondità ambientali, ora placidamente modulate (“Here In the North”), ora tendenti a brume oscure ed evocative (“Egdon Heath”), il cui esito finale è rappresentato alla perfezione dalla conclusiva “The Rattle In Our Throats”, che si colloca in evidente continuità con quel sottile fil rouge che collega le visioni cosmiche dei Labradford alle sapienti orchestrazioni di Eluvium.

Un debutto di tutto rispetto e una nuova, piacevole scoperta nella sterminata costellazione ambientale che, pur partendo da capisaldi ben consolidati, continua a rideclinare una pluralità di elementi solo parzialmente omogenei attraverso una sensibilità malinconica e affatto priva di toccante pathos.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 luglio 2009 da in recensioni 2009.
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