music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

React Or Die

BUTCHER BOY – React Or Die
(How Does It Feel To Be Loved?, 2009)

Ancora Glasgow, ancora indie-pop di straordinaria qualità. La piovosa e inospitale città industriale, oltre alla birra e alle stracittadine calcistico-religiose, nel corso del tempo ha regalato agli amanti del pop più cristallino band quali i Pastels, i Teenage Fanclub, i Primal Scream e, in tempi più recenti, i Belle & Sebastian e i Camera Obscura.
Tra le leve più recenti di questa inarrestabile fucina di talenti pop, che al grigiore della città contrappone un panorama musicale vitale e variopinto, una menzione d’onore meritano senza dubbio i Butcher Boy, giunti con “React Or Die” al loro secondo lavoro.
Protagonista di questo ennesimo, piccolo miracolo scozzese è il trentaquattrenne John Blain Hunt, prima poeta e poi per lunghi anni outsider della scena di Glasgow, che, grazie ad alcuni fortunati incontri “musicali”, ha potuto convogliare le proprie composizioni poetiche in vere e proprie canzoni, pubblicate da parte della piccola etichetta londinese How Does It Feels To Be Loved? nel 2007, in una prima sorprendente e sottovalutata raccolta, intitolata con una certa dose di ironia “Profit In Your Poetry”.

Ancor più curato nella produzione e negli arrangiamenti rispetto al già pregevole predecessore, il nuovo “React Or Die” vede i sette elementi di cui oramai si compone stabilmente la band tratteggiare delicati bozzetti melodici della durata classica da popsong, che, con semplicità e freschezza non comuni, incorniciano gli ispirati testi di Hunt e la pacata espressività della sua voce con una ricca varietà di registri strumentali, che trovano la loro centralità negli arrangiamenti a base d’archi e fiati, ma si mostrano altresì in grado di offrire spunti movimentati grazie a ritmiche brillanti e organi impetuosi.
L’album si apre con le note di organo e la voce piuttosto teatrale di Hunt che recita: “When I’m asleep, I never dream, I never feel anything”. Il tutto è accompagnato dalle delicate e malinconiche note di un mandolino e di un violoncello. Già dalle primissime note, così, risultano chiare le coordinate poetiche e musicali dei Butcher Boy che trovano il proprio vertice in “This Kiss Will Marry Us”, brano introdotto dal suono delle onde che si infrangono sugli scogli tra versi di gabbiani. La voce di Hunt in questo caso si fa appassionata e romantica e quando intona “but you look fine on Spanish oranges and wine, you’re far too beautiful and kind for these times” è difficile che i cuori di coloro che ascoltano non si riscaldino come innanzi al primo sole di primavera.

I Butcher Boy, comunque, non limitano il loro spettro sonoro a un pop nostalgico e dalle tinte pastello, ma riescono in molti casi a confezionare brani più immediati e in qualche modo gioiosi, pur senza mai dimenticare quel velo di spleen che caratterizza tutto il loro lavoro. In questo senso “Carve A Pattern”, con il suo vivace suono di piano e con una sezione ritmica in gran spolvero, risulta uno dei brani più brillanti dell’intera raccolta; sulla stessa falsariga si collocano “You’re Only Crying For Yourself”, che alla strumentazione classica aggiunge un turbinante moog, e “A Better Ghost”, vera delizia di immediatezza e spontaneità. La delicata title track, infine, posta in coda all’album, suona proprio come un dolce commiato, un addio sussurrato teneramente all’orecchio dell’ascoltatore.

Un album conciso, sobrio, elegante, che, seppur a un primo impatto possa sembrare fragile e dal corto respiro, cresce ascolto dopo ascolto con composizioni che non mostrano mai la corda e confermano (o svelano, per chi avesse mancato il meritevole esordio) il grande talento di John Blain Hunt, avvicinandolo all’empireo dei compositori popular già popolato da personaggi del calibro di Neil Hannon, Stuart Murdoch, e la coppia Morrissey/Marr.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2009 da in recensioni 2009.
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