music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

What We Left Behind

A DANCING BEGGAR – What We Left Behind
(Grand Independent, 2009)

La malinconica contemplazione della countryside britannica regala un nuovo vagito, che va a rimpolpare le fila di quella peculiare forma espressiva che ha negli Epic45 e nei July Skies i suoi nomi più rappresentativi. Distanti retaggi post-rock, soffici melodie acustiche e una concezione lato sensu ambientale si combinano come tessere di un mosaico dai colori resi evanescenti da una sottile foschia, corrispondente a quella della nostalgia che avvolge immagini e ricordi lontani, rappresentati con pennellate discrete.

Su questa linea espressiva, tanto carsica quanto densa di fascino, si colloca con decisione tale James Simmons, ventunenne originario dell’Inghilterra meridionale, impegnato da un paio d’anni a questa parte nel suo progetto interamente personale contrassegnato dall’alias A Dancing Beggar, sotto il quale ha già realizzato due Ep, il secondo dei quali, “How They Grow”, all’inizio di quest’anno.
Simmons scrive e realizza musica con il semplice ausilio di un laptop e di un paio di chitarre, registrando e producendo il tutto in maniera del tutto casalinga. Da tale spartana strumentazione, nasce tuttavia un immaginario sonoro ampio e variegato, se è vero che i due Ep denotavano ancora una più esplicita impostazione post-rock (probabile eredità della passata attività di Simmons quale chitarrista e batterista in diverse band), mentre “What We Left Behind” fin dal suo titolo si dimostra improntato con decisione proprio a quel mood e a quelle atmosfere di sereno isolamento, caratteristiche delle succitate band di Rob Glover e Antony Harding.

Nei poco oltre quaranta minuti di un album che ha tra i suoi punti di forza la concisione espressiva, Simmons delinea svariate environmental soundtracks, incentrate ora su esili riverberi, echi e field recordings, ora su note acustiche cadenzate e cristalline, che rifiniscono con il calore discreto delle loro sospensioni temporali fondali elettronici che scolorano gradualmente verso l’ambient.
Ne risultano, nel primo caso, modulati vortici chitarristici intrecciati con correnti elettroniche avviluppanti (“The First Day Of Spring”), nel secondo languide armonie elettroacustiche intrise di distante nostalgia (“Sand Between Our Toes”, “Daytrip To Glynde”, “Our Distant Memories, Our Idle Dreams”). Non mancano nemmeno saltuari battiti a supportare trame melodiche sempre molto essenziali, che in qualche caso si discostano dalle aderenze con altri visionari bucolici britannici (Epic45 e July Skies, ma anche Message To Bears) per offrire accenni di guitar ambience e addirittura rispolverare esplicitamente e con passo svelto l’eredità post-rock, che affiora in superficie nella pur sfumata “Dawn Breaks, New Beginnings”.

E proprio l’intersezione di stili e impostazioni di “What We Left Behind” conferma ancora una volta come operazioni sulla falsariga di quella condotta dal buon James Simmons tendano a far svanire le dogmatiche definizioni di genere, stabilendo una linea di continuità evolutiva tra sensibilità concettualmente post-rock, acquarelli ambientali dalle tinte pastello e abbandono acustico sotto i cieli delle brughiere inglesi. Le tante combinazioni di questi elementi con l’elaborazione casalinga di Simmons realizzano dunque un nuovo, sentito spaccato da quell’immaginario emotivamente fragile e delicato, che incornicia compassate immagini atmosferiche di luci, colori e tepori smarriti nella memoria, eppure così facili da rendere presenti attraverso una così appropriata colonna sonora.

(pubblicato su ondarock.it)

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 dicembre 2009 da in recensioni 2009.
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