music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

613

CHAPELIER FOU – 613
(Ici D’Ailleurs, 2010)

Dopo un 2009 trascorso tra esibizioni dal vivo, collaborazioni importanti (ultima quella al progetto collettivo This Immortal Coil) e due Ep che ne avevano messo alla prova le capacità raccogliendo illustri benemerenze, giunge finalmente il debutto sulla lunga distanza del violinista e polistrumentista francese Chapelier Fou.

Annunciato dagli impegnativi paragoni con Yann Tiersen e gli Air, il cappellaio matto della musica transalpina in “613” si diverte a scompaginare le tessere di ogni possibile definizione attraverso dodici brani che miscelano elettronica, miniature classiche e rimandi alla musica tradizionale.

Il piglio dell’album è giocoso ed eccentrico, ma non perde mai del tutto di vista ambientazioni da colonna sonora, modulate soprattutto sulle corde del violino e variamente inframezzate da una presenza elettronica costante, che conduce di sovente le composizioni su derive di stampo Warp o Morr Music.

A voler cercare definizioni univoche, si potrebbe far ricadere questo lavoro nel calderone folktronico, per la sua intersezione tra retaggi tradizionali e innesti elettronici talora fin troppo pervasivi; Chapelier Fou dimostra tuttavia un discreto carattere nella sua spasmodica ricerca di una personale coniugazione tra l’aggiornamento digitale di un romanticismo un po’ preconfezionato, liquide sfumature acustiche e scatenati divertissement sotto forma di luminosi puntelli elettronici e febbrili sonate per violino.

L’effetto complessivo è difatti a metà tra le solitarie divagazioni folktroniche di Laurent Girard (Melodium) e le torbide trame di Four Tet; ma non per questo l’artista francese disdegna incursioni in registri sonori più variegati, che spaziano dal dialogo latineggiante tra violino e chitarra (“Secret Handshake”) a velate citazioni in stile Penguin Café Orchestra, fino all’abbandono decadente instillato in “Half Of The Time” dalla voce inconfondibile di Matt Elliott. Sono proprio queste ultime a risultare le più convincenti tra le mille sfumature di “613”, poiché evidenziano al meglio una versatilità altrove sovrastata e quasi soffocata da iterazioni elettroniche talvolta piuttosto forzate e prolungate fino a far raggiungere all’album l’eccessiva durata di quasi un’ora.

Il lavoro rende tuttavia discretamente l’idea della stoffa del musicista francese, al quale non mancherà certamente la possibilità di migliorarsi, imparando a convogliare le proprie energie, anche grazie all’ormai stabile affiancamento ad artisti di riconosciuto valore, quali appunto Matt Elliott e Yann Tiersen, accanto ai quali lo vedrà all’opera l’annunciato nuovo disco di Third Eye Foundation: in tal senso “613” può costituire un buon punto di partenza anche per affrancare il suo autore da paragoni ingombranti e non del tutto appropriati.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 marzo 2010 da in recensioni 2010.
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