music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Seadrift Soundmachine

BLAUDZUN – Seadrift Soundmachine
(V2, 2010)

Già piuttosto affermato in patria, ma finora all’estero non più noto dell’oscuro ciclista danese dal cui cognome ha mutuato il suo alias, Blaudzun è un cantautore olandese artefice di un progetto artistico che tenta di coniugare i temi più canonici del songwriting (più o meno) folk con molteplici sfumature che contemplano arrangiamenti orchestrali e una certa enfasi teatrale in interpretazioni intrise di lirismo e profondità.

“Seadrift Soundmachine” è il suo secondo album, dopo l’omonimo debutto del 2008, e come il precedente usufruisce della distribuzione della major V2, un veicolo senz’altro in grado di diffondere e far apprezzare la limpidezza melodica e il gusto vagamente decadente sotteso a dodici tracce che esaltano soluzioni melodiche in bilico tra le narrazioni folk-rock dei Decemberists, il romanticismo dei Tindersticks e l’efficacia comunicativa del cantautorato più intimo e sentito.

Blaudzun non è tuttavia inquadrabile nella semplice categoria del cantautore voce-e-chitarra, com’è agevole evincere da questo lavoro, nel quale l’essenzialità di canzoni costruite su pochi elementi rifulge soltanto in pochi passaggi, rivestendosi invece di una varietà di arrangiamenti intesi a esaltare un cantato sovente avvinto in crescendo e spirali dai toni talvolta persino pomposi.

Così, è il suono nostalgico della fisarmonica a sostenere le onde emotive di “Sunshine Parade”, mentre un pianoforte nervoso si sposa con le orchestrazioni vivaci e lievemente barocche di “Light Of Love” e “Jezebelle”, brani che si aprono lentamente alla luce, pur mantenendo un incedere alquanto oscuro e sofferto. Il romanticismo cinematico che sostiene gran parte delle vesti sonore assunte dall’inquieta scrittura di Blaudzun si sposa egregiamente con le immagini di tensioni amorose, luoghi e ricordi che costituiscono la base di canzoni vibranti, coronate da interpretazioni non del tutto indenni da richiami alle estensioni teatrali di Antony e alle austere declamazioni di Robert Fisher. Ma su questa serie di riferimenti più o meno espliciti, l’occhialuto cantautore olandese e i musicisti che lo supportano innestano continue mutazioni di registro strumentale ed espressivo, giungendo spesso a trasformare la fisionomia dei brani, alternando passaggi ovattati, aperture armoniche e impennate emotive, tuttavia ben controllate e convogliate in melodie efficaci.

Come non farsi avvincere, infatti, dal caratterizzante andamento folk-rock del singolo “Quiet German Girls”, dall’obliquità degli archi della spettrale “The Choking Game” o ancora dall’intensità della deliziosa “Midnight Room”, qui presentata in due diverse versioni, nelle quali al pianoforte si affiancano alternativamente la chitarra o gli archi.

Non mancano, nel corso dei concisi trentasei minuti di “Seadrift Soundmachine”, nemmeno episodi più essenziali, che rivelano la più scarna matrice cantautorale di Blaudzun: è quanto avviene soprattutto nella seconda parte dell’album, a partire da quella “Wolf’s Behind The Glass” la cui accoppiata banjo-voce potrebbe essere stata firmata da uno Scott Matthew, e fino alle più dimesse “February Flair” e “Streetcorner Shouter”, non certo mal riuscite ma sufficienti a evidenziare come le canzoni dell’artista olandese e la sua peculiare modulazione vocale riescano a esprimersi al meglio ove corredate da un più ampio impianto strumentale, come quello gestito con classe e varietà per ampi tratti del lavoro.

Il sensibile passo in avanti rispetto al debutto lascia intendere che il progetto Blaudzun abbia ancora ampi margini di miglioramento: intanto la sua esuberante macchina del suono veleggia imperturbabile tra perigliose correnti dell’anima, riassunte in una risacca melodica fluida ed estremamente vitale.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 marzo 2010 da in recensioni 2010.
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