music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Fountain

DANNY PAUL GRODY – Fountain
(Root Strata, 2010)

Benché questo “Fountain” rappresenti il primo album pubblicato sotto il suo nome, Danny Paul Grody (all’anagrafe Grodinski) è tutt’altro che un artista alle prime armi: membro fondatore dei mai sufficientemente considerati Tarentel e in seguito tra gli artefici del progetto The Drift, in oltre un decennio di attività Grody ha attraversato esperienze artistiche molteplici, dall’originario post-rock fino a derive ambientali, passando per le ricercate torsioni esoteriche, verso le quali i Tarentel si erano ultimamente evoluti.

Più o meno da quelle conclusioni trae spunto Grody, interpretandole tuttavia in maniera concettualmente e sostanzialmente diversa rispetto a quanto perseguito dal suo ex-compagno di viaggio Jefre Cantu-Ledesma. Mentre quest’ultimo, da solista, si è infatti in prevalenza cimentato in arditi territori psych-drone, Grody non ha mai tralasciato di esercitare la propria abilità nel creare suoni chitarristici cristallini, con una propensione descrittiva e in un certo senso ambientale che lo ha avvicinato tanto ai maestri del fingerpicking americano quanto alla ricerca di tradizioni musicali diverse, con particolare attenzione ai loro aspetti ritualistici e ancestrali.

È proprio questa la matrice essenziale di “Fountain”, album improntato a individuare, attraverso una moderna chiave sperimentale, un’identità rizomatica intercorrente tra la serenità del folk acustico appalachiano e il ritualismo dei suonatori di kora dell’Africa occidentale. Grody prova così a tradurre sulle poche corde della chitarra l’ipnotismo delle ben più complesse sonate di artisti quali Toumani Diabaté, sopperendo all’inevitabile limitatezza di soluzioni attraverso il graduale inserimento di chitarre elettriche, organi, synth e field recordings.

Quel che ne risulta è un affascinante affresco elettroacustico, in bilico tra psych-folk e musica da camera, nel quale i caldi arpeggi di Grody disegnano dapprima iterazioni ipnotiche per poi ritrarsi e lasciare spazio a una più moderna imperturbabilità cinematica, saldamente ancorata a un immaginario dominato dal tema del movimento e dell’acqua. Superati i primi quattro brani, l’album sembra distaccarsi in maniera netta dalle coste africane, per scorrere poi via liquido e sottilmente malinconico, in direzione di drone e riverberi sognanti, in bilico tra le contemplazioni bucoliche di Mark Hollis, trasognati echi folk e un evanescente lirismo che, tradendo le origini artistiche di Grody, potrebbe assimilarsi alla troppo breve parabola di Aerial M.

Pur restando sempre l’elemento focale del lavoro, il sapiente picking chitarristico di Grody, preponderante all’inizio del disco, scolora man mano in un elemento “paesaggistico” di un minimalismo avvolgente, fino a scomparire del tutto al cospetto dell’innalzarsi di esili drone (è in particolare il caso di “Covered Mirrors”) che rivelano quella vocazione astratta e sottilmente psichedelica del resto testimoniata dalla produzione del lavoro da parte di Greg Davis.

Dopo lo smarrimento della spinta ispiratrice dei Tarentel e stante il temporaneo silenzio di The Drift, “Fountain” rappresenta senz’altro un apprezzabile nuovo inizio, nel solco della continuità e di una vocazione alla ricerca sonora che non si esaurisce ma muta soltanto forme.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 aprile 2010 da in recensioni 2010.
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