music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Thistled Spring

HORSE FEATHERS – Thistled Spring
(Kill Rock Stars, 2010)

Nella successione delle stagioni di Jason Ringle e dei suoi Horse Feathers, all’inverno di “House With No Home” segue la primavera consacrata in questo terzo “Thistled Spring” ed evidente fin dall’esplosione di gemme della copertina, che si sostituisce al paesaggio innevato dell’album precedente.

L’inesorabile trascorrere del tempo, per il cantautore di Portland, rappresenta da un lato fattore di continuità, dall’altro di trasformazione: sotto il primo profilo, in “Thistled Spring” ricorrono tutti gli elementi del discreto chamber-folk che lo ha meritatamente fatto conoscere e apprezzare negli ultimi anni, mentre sotto il secondo l’album vede un significativo mutamento nella line-up della band, nella quale i fratelli Heather e Peter Broderick sono adesso stati sostituiti dalla violoncellista Catherine Odell e da altri due polistrumentisti, nelle persone di Nathan Crockett e Sam Cooper.

L’impronta malinconica di Ringle e la sua accurata rifinitura in senso cameristico di un suono profondamente tradizionale permangono quali elementi essenziali di un disco che tuttavia segna una discreta apertura della sua poetica, se non proprio a un afflato ottimista, quanto meno a una serena contemplazione del mondo interiore, inevitabilmente influenzata dai tempi e dai contesti di quello esteriore e come tale adesso illuminata dal tepore di raggi primaverili e colorata da un brulicante pullulare di nuova vita.

Così, le dieci ballate racchiuse nell’album sembrano proprio voler concentrare nel breve lasso di tre-quattro minuti un intero processo di gemmazione, osservato in maniera accelerata e accompagnato da una colonna sonora che, parallelamente, si dischiude da leggiadre miniature pianistiche, passando per dialoghi tra banjo e archi, per trovare infine esito in più ampie aperture cameristiche e ariosi crescendo botticelliani.

Se a un ascolto superficiale lo schema seguito dai brani potrebbe sembrare un po’ troppo monocorde, i trentotto minuti di “Thistled Spring” evidenziano in realtà l’accresciuta decisione delle interpretazioni di Ringle e, soprattutto, un incessante dinamismo di composizioni assolate e vitali, contrassegnate da florilegi bucolici nei quali gli aspetti più prettamente cameristici si sovrappongono con gradualità al fascino polveroso di bozzetti intimisti di chitarra, banjo e violino.

Nonostante la naturale propensione al crescendo, gli arrangiamenti risultano sempre estremamente misurati, assumendo soltanto in pochi passaggi sembianze dichiaratamente romantiche, per prediligere piuttosto moderati esperimenti basati su tempi, toni e atmosfere.

E il risultato, infatti, è senz’altro coronato da successo dal punto di vista della confezione esteriore dei brani, aspetto sotto il quale Ringle e soci conseguono un elegante equilibrio, incarnato ad esempio dalla fluidità melodica di “Cascades” o dalla tensione latente costruita dal violoncello di “The Drought”. Non altrettanto può dirsi, invece, delle componenti armoniche e di scrittura: aggraziate, timide ed essenziali, ma a lungo andare fin troppo fragili per poter davvero colpire nel segno. Eppure, anche in “Thistled Spring”, la rinnovata band dell’Oregon conferma una personalità adeguata per potersi ritagliare uno spazio riconoscibile tra gli interpreti delle mille sfumature del folk acustico e cameristico.

E adesso che la primavera si è affacciata a scioglier via l’endemica malinconia di Jason Ringle, l’augurio è quello di non dover soltanto attendere passivamente lo scorrere delle stagioni per poterne salutare la definitiva consacrazione.

In quest’ottica, la frase con cui si chiude il lavoro non può che suonare incoraggiante: “At winter’s end/ you may come back to life”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2010 da in recensioni 2010.
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