music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: THE HALIFAX PIER

Smarrirsi al crepuscolo

Meteora della musica indipendente americana a cavallo tra i due secoli, gli Halifax Pier sono una di quelle gemme preziose, gelosamente custodite eppure ignote ai più, a dispetto della peculiarità del loro approccio stilistico e delle sue peculiarità che, consapevolmente o meno, riecheggiano ancora in tante produzioni successive.

Sono gli anni apicali del post-rock, quando gli Halifax Pier si affacciano su una scena musicale densa e sfaccettata. È la Temporary Residence – all’epoca giovane etichetta, ma destinata a divenire ben presto un importante punto di riferimento – a tenere a battesimo questo sestetto strano e misterioso, visto che la pubblicazione, nel 1999, del suo album di debutto non viene accompagnata da alcuna informazione sui musicisti che vi hanno partecipato, né tanto meno da foto della band. Si scoprirà tuttavia ben presto che il progetto Halifax Pier è una sorta di collettivo aperto, formato da musicisti che vivono in diverse zone degli States, ma avente un nucleo stabile di sei elementi, guidati dai due chitarristi Nathan Salsburg e Charles Sommer e comprendente anche batteria, violino e violoncello.
Forse per la tipologia della formazione, oppure per il fatto che l’album sia stato registrato a Louisville, o ancora per la dominante temperie – generalizzata e generalizzante – del post-rock, l’opera prima degli Halifax Pier viene spesso fatta ricadere in quel calderone definitorio, allora così in auge.

Benché non possano negarsi talune affinità con la musica ricompresa sotto quella macro-definizione (il prevalente carattere strumentale, lo spiccato romanticismo, le cadenze ritmiche sfumate), non meno numerosi sono gli elementi ad essa esogeni, come tali caratterizzanti in maniera distintiva l’universo sonoro degli Halifax Pier e rinvenibili nell’esclusiva opzione acustica, nei richiami a uno scarno folk cameristico e nella delicatezza di melodie sovente funzionali a vere e proprie canzoni.

Tutto ciò ricorre, mirabilmente sintetizzato, nei sei brani dell’album omonimo, che si presenta con il semplice strumentale “Untitled”, sei minuti di arpeggi acustici cristallini e armonie d’archi, coniugate in un unicum omogeneo e bucolico (appena solcato da segmentazioni ritmiche morbide e quasi distratte); fin troppo facile, dunque, pensare ai Rachel’s, ai Dirty Three o persino a una declinazione unplugged di alcune delle piéce più quiete e circolari dei Godspeed You! Black Emperor.

Tuttavia, la dimostrazione di come gli indirizzi artistici degli Halifax Pier siano sostanzialmente diversi da quelli dei gruppi citati si deduce già dalla successiva “Voices From The front Line” che, introdotta da dolenti melodie d’archi, si svolge poi nella cupa poesia di una ballata intrisa di racconti di guerra e nostalgia. Del tutto peculiare è anche il registro narrativo incarnato dai testi e dalle interpretazioni; alla levità melodica fanno infatti da contrappunto non solo spaccati malinconici e descrittivi, ma soprattutto aspre storie di battaglie arcane, uccisioni, memorie. Così anche l’accorata “Strange News From Another Star”, con la sua descrizione di immagini di morte (“They took us to see the bodies lying cold on the bedroom floor / but through their thin shrouds our parents smiled as though we had still won this war”, “these cities are built on tombstones and graves”) e rovine (“we wandered to the ruins of the house we were born in and the backyard we lay in”), esaltata dal cantato sentito e vagamente nasale di Nathan Salsburg e dall’emozionante suggello finale degli archi.

Testi, mood e vesti sonore collimano maggiormente in “Chance To Leave” e “Halifax Bound”, che offrono una diversa declinazione dei legami con i luoghi e con il passato, attraverso melodie narcolettiche e cadenze sognanti, espresse nel delicatissimo duetto della prima, in odor di Low e Cocteau Twins, e nelle reiterate trame elettroacustiche prolungate fino agli oltre undici minuti della seconda. In questi brani è, infatti, la nostalgia a prendere il sopravvento, insieme alla consapevolezza della necessità del distacco, per imprimere la svolta a un’esistenza (“If I had a chance to leave I don’t know where I’d go / this city street I’m on leads everywhere but home / the light is all I feel / twilight sets in and I’m feeling lost again”). È qui che l’essenza della musica degli Halifax Pier si manifesta in tutta la sua fragile bellezza, che vive sul perfetto equilibrio tra ballate di folk acustico e la dolcezza crepuscolare di arrangiamenti acustici e bozzetti armonici dai tempi diradati. Tutti elementi, infine, consacrati nella conclusiva “The Old Constellations”, con i suoi crescendo dinamici e i continui rilanci di archi, che passano dai florilegi che accompagnano la parte cantata alla costante tensione della coda strumentale, adeguato congedo di un disco prezioso nella sua essenzialità e soprattutto nella sua costante emozionalità, sempre spontanea e priva di artifici.

Trascorsi appena due anni dallo splendido esordio, l’attività della band sembra proseguire a tappe forzate, sulla scia dei pochi ma entusiasti riscontri consensi ricevuti dal primo album.
Ecco così altri sei brani raccolti in un’altra opera concisa (solo trentasei minuti di durata), che trae le mosse dai medesimi capisaldi del debutto, declinandoli con maggiore attenzione per la creazione di vere e proprie canzoni, che acquistano in fluidità quello che, parzialmente, smarriscono in fascino.
Il torto maggiore (si fa per dire) di “Put Your Gloves On And Wave” è paradossalmente proprio quello di seguire il fulminante esordio, poiché al suo interno non mancano nuovi saggi di un’immutata classe, nella scrittura e negli arrangiamenti.

Nelle tre suite strumentali e nei tre brani cantati che compongono il lavoro si percepisce un sostanziale superamento delle sofferte atmosfere autunnali, che tanto avevano impressionato nel suo predecessore. Permangono i florilegi cameristici, che si fanno tuttavia più veloci, accentuando da un lato i caratteri di ensemble neoclassico post-moderno della band (“That Old Grizzly Thing”) e dall’altro enfatizzando la sezione ritmica, ora più decisa e prossima alle cadenze spezzate proprie di molte coeve esperienze post-rock (“Sew Your Gloves On”). Nel contempo, anche le tematiche dei brani diventano relativamente più lievi, in un ideale percorso che va dalla sgomenta solitudine contemplativa di “Passing” (“Let the silence pass then I move on / this quiet weights heavy with fear”) alla gioiosa leggerezza di “Lightly Noise” (“Sing a song / we’ll sing along / Sing for a long, long time), brano che non a caso comincia con un festoso schioccar di dita e che con le sue melodie limpide completa la transizione degli Halifax Pier da un’inquietudine crepuscolare a una briosa attitudine primaverile.

Nell’inedita indole positiva che percorre carsicamente l’album, vi è pure spazio per un tema del tutto nuovo per gli Halifax Pier: l’amore. Benché quello della struggente “The Wait” (senza ombra di dubbio il brano più intenso del disco) sia un amore infelice e tormentato, lo stesso ricorrere dell’argomento reca palese testimonianza della rinnovata poetica della band, il cui accorato romanticismo coniuga alla perfezione accenti folk, frizzanti partiture di archi e melodie sinuose che, anche grazie alla maturata capacità interpretativa di Salsburg, nei loro passaggi più pop potrebbero paragonarsi a quelle dei Sodastream, con in più l’elemento ritmico.

L’unica testimonianza sonora firmata Halifax Pier successiva a “Put Your Gloves On And Wave” è rappresentata da un brano inserito nella compilation “Thank You!”, pubblicata nel 2004 per celebrare il cinquantesimo numero del catalogo della Temporary Residence. Il brano, intitolato “And California”, è una semplice ballata di poco oltre quattro minuti che, inizialmente incentrata solo su voce e chitarra, si dischiude poi all’entrata del violino della brava Jamie Reeder, sempre toccante, ancorché ormai relegato in funzione accessoria di una canzone dalle tinte folk sempre più delineate.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 4 novembre 2010 da in storie d'artista.
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