music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Flare

erik_k_skodvin_flareERIK K SKODVIN – Flare
(Sonic Pieces, 2010)

Artefice dell’etichetta Miasmah e metà formante dello splendido e purtroppo da tempo quiescente progetto Deaf Center, il norvegese Erik Knive Skodvin abbandona il suo ormai consolidato alter-ego Svarte Greiner per realizzare un album sotto il proprio nome, per la serie di edizioni limitate (450 copie, in questo caso), confezionate a mano dalla berlinese Sonic Pieces.

Ebbene, come spesso accade con gli artisti elettronici e i compositori ambientali, la mutazione onomastica non è un vezzo trascurabile, ma risponde in maniera coerente a transizioni espressive, forse anche passeggere ma senz’altro significative. Come Skodvin si spoglia dell’alias che ne aveva contraddistinto le recenti derive artistiche, improntate a elucubrazioni droniche claustrofobiche e stranianti, così la sua musica ritrova elementi organici, fraseggi armonici e quell’attitudine comunicativa difficilmente riscontrabile nell’uniformità di frequenze basse e nel funereo ottundimento di buona parte dei suoi lavori a nome Svarte Greiner (da ultimo il recente “Penpals Forever (And Ever)”). Ciò non vuol dire che l’artista norvegese abbandoni d’un tratto soundscape cupi e spettrali; la linea portante dei dieci brani racchiusi in “Flare” non si discosta infatti più di tanto da un’impostazione dark-ambient di fondo, sulla quale si avvicendano rumorismi assortiti, ma soprattutto risuonano sparse note pianistiche, nonché arpeggi acustici e persino cadenze ritmiche, che donano una circolarità ritualistica a composizioni impostate su contrappunti tra pianoforte e archi striduli e su reiterate aperture elettroniche (in particolare “Matiné”).

Non vi è, tuttavia, alcun cedimento a un facile romanticismo, ma semmai soltanto un tentativo di arricchire, rendendole più vive e umane, texture incentrate sulla persistenza di folate ambientali via via più rade, nei cui interstizi vanno a collocarsi non solo austere note di piano, ma anche sferzate ritmiche e vocalizzi spettrali (“Pitch Dark”), pesanti detonazioni post-industriali (“Graves”) e persino ossessivi dialoghi tra chitarra e basso (“Stuck In Burning Dreams”).
Pur nella loro concisione (trentasei minuti in totale), i brani di Skodvin tendono tutti a seguire una linea di sviluppo che, anziché soffocare gli elementi organici in un’uniformità densa e tenebrosa, li esalta in una specie di domino nel quale ogni elemento succede al precedente, ogni apertura modella nuove visioni, per una resa sonora niente affatto standardizzata e dunque proprio per questo affascinante. In siffatto quadro, le stesse saturazioni di drone si atteggiano alla pari delle altre componenti del disco, tanto che nell’unico episodio in cui affiorano in primo piano (“Vanished”) fungono quasi da “quiete dopo la tempesta”, facendo svaporare il sordo incedere della parte centrale del disco.

Probabilmente la più vicina all’immaginifico “Pale Ravine” a nome Deaf Center tra tutte le successive produzioni di Skodvin, “Flare” rappresenta un valido saggio di come ottenebrati scenari dark-ambient possano essere ridotti a un’apprezzabile sintesi formale e nel contempo ingentiliti attraverso un sapiente dosaggio di suoni organici di matrice acustico-pianistica.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 dicembre 2010 da in recensioni 2010.
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