music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Longest Year

HAMMOCK – Longest Year Ep
(Hammock Music, 2010)

Marc Byrd e Andrew Thompson, gli artefici della southern ambient provienente da Nashville sotto la sigla Hammock, stavano pensando da tempo di realizzare un lavoro nel cuore dell’inverno, stagione le cui atmosfere non possono che adattarsi alla perfezione alle coltri di toni e riverberi della loro musica luminosa e impalpabile.

Così, a pochi mesi dal loro ultimo album “Chasing After Shadows… Living With The Ghosts”, ecco un corposo Ep dalla confezione candida come la neve, che raccoglie poco più di mezz’ora di musica in un bozzolo ghiacciato, al cui interno scorrono drone e dilatazioni chitarristiche, parzialmente catturati da improvvisazioni dal vivo in studio, così come era già avvenuto ai tempi di “Maybe They Will Sing For Us Tomorrow”.

Ispirato nel titolo alle tante traversie che hanno colpito i due musicisti nel corso dell’anno che volge al termine, “Longest Year” accentua le caratteristiche più immateriali dei recenti lavori della band, protendendo saturazioni e filtraggi elettronici fino a creare stratificazioni in lento movimento magmatico, tuttavia assorbite da una densa nebbia stellare che declina in maniera quanto mai onirica lo stargaze tipico degli Hammock.

A completare il quadro, dominato da chitarre che in “Cruel Sparks” si increspano in percettibili distorsioni, vi sono partiture prossime a fascinazioni neoclassiche, come in particolare le due linee dell’arrangiamento di violoncello che connota la title track o lo stesso desolato romanticismo della conclusiva “One Another”. Benché tutte le composizioni presentino un proprio sviluppo emozionale, affrancandosi così dalla sostanziale uniformità che spesso contrassegna opere del genere, l’essenza della musica degli Hammock risiede qui più che mai in quello stato di quiete ipnotica, di piacevole offuscamento sensoriale, instillato dalle movenze subliminali di “Dark Beyond The Blue” o di “Lonely, Some Quietly Wander In The Hall Of Stars”, vere e proprie sinfonie ambientali, alle quali abbandonare corpo e mente, per restare sospesi a mezz’aria tra una miriade di toni e frequenze che sembrano quasi non conoscere fine.

Il “viaggio”, in realtà, dura appena trentadue minuti ma, se mandato in loop, può ben conseguire il duplice effetto al quale miravano i suoi autori: descrivere la quiete ghiacciata dell’inverno e trovare un inebriante ristoro alle fatiche di un intero, lungo anno.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 dicembre 2010 da in recensioni 2010.
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