music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Towers Of Sparks

TUPOLEV – Towers Of Sparks
(Valeot, 2011)

Conosciuti in Italia soprattutto in virtù della partecipazione del loro bassista-violoncellista Alexandr Vatagin alle esibizioni dal vivo dei port-royal, i viennesi Tupolev approdano al secondo album, affinando la loro formula in bilico tra neclassicismo e segmentazioni che denotano uno spiccato spirito “post-“.

Nei quasi tre anni che separano il debutto “Memory of Björn Bolssen” dal conciso (ventotto minuti) seguito di “Towers Of Sparks”, i quattro componenti della band si sono cimentati in svariati altri progetti collaterali, tra i quali una citazione la meritano quanto meno Slon e Protestant Work Ethic; tornati all’ovile della loro ispirazione primigenia di orchestrina jazz-contemporanea, hanno rifuso nel nuovo disco esperienze e sensibilità maturate nel corso degli anni e volte a un deciso affrancamento da quei cliché ai quali rischia sempre di andare incontro un quartetto composto da pianoforte, batteria, basso o violoncello ed elettronica.
Non siamo, difatti, né in territori di avanguardismo accademico, ma nemmeno di classica contemporanea; piuttosto, in “Towers Of Sparks” i Tupolev mostrano di saper dosare tecnica e immediatezza, romanticismo e tendenze decostruzioniste, in otto composizioni astratte ma sufficientemente espressive, nelle quali morbide note pianistiche si bilanciano con ritmiche jazzy e saturazioni elettroniche si sposano con il movimento solenne degli archi di Vatagin.

Quasi inevitabile pensare alle notturne partiture cameristiche rachelsiane e alle più nervose linee dei 33.3; sullo sfondo, resta un classicismo alla Penguin Café Orchestra, tuttavia frammentato da una batteria asciutta, le cui cadenze costituiscono il principale elemento di raccordo con esperienze come quelle dei Karate e con quell’estetica “post-” convogliata sul versante jazz da un continuo avvicendamento di intarsi eleganti e notturni. Non è un caso che l’album sia stato volutamente masterizzato a un volume basso, così da renderlo adatto ad atmosfere soffuse e raccolte, nelle quali lasciarsi andare al flusso dei ricordi senza tuttavia essere sopraffatti da emozioni troppo forti. Tutto è sfumato e, in apparenza, asettico lungo gli otto brani di “Towers Of Sparks”, che cedono (positivamente) a un qualche coinvolgimento soltanto in presenza di screziature elettroniche oppure laddove sono le armonizzazioni a prendere il sopravvento.
Così, pianoforte e crepitii incorniciano la fluidità armonica di “Towers Of Sparks 3”, mentre il violoncello di Vatagin sa farsi romantico, sposando la densa ambience di “Towers Of Sparks 1”, e dolente nell’intensa “Petroleum”, fino al progressivo diradamento di tempi nel quale sfocia la conclusiva “Juno”.

La durata contenuta del lavoro rappresenta un valido antidoto alla sua sostanziale piattezza, determinata non tanto dalla ripetitività di soluzioni quanto piuttosto dall’uniformità di atmosfere che peccano di carattere nella stessa misura in cui ricercano una compassata raffinatezza. L’effetto complessivo è, comunque, gradevole e, seppure difficilmente susciterà un grande coinvolgimento, il disco si presta quanto meno a essere assaporato insieme a un buon vino corposo, in una solitaria serata d’inverno nella quale lasciar viaggiare lontano pensieri lucidamente annebbiati.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 febbraio 2011 da in recensioni 2011.
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