music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ravedeath, 1972

TIM HECKER – Ravedeath, 1972
(Kranky, 2011)

Se avevamo lasciato Tim Hecker alla ricerca di un Paese immaginario, popolato di scie astrali e luminose pulsazioni elettroniche, si può adesso pensare che, nei due anni trascorsi dall’ambizioso “An Imaginary Country” (intervallati soltanto dalla lunga traccia “Apondalifa”) l’artista canadese quella terra dei sogni l’abbia trovata.

Come per tanti altri nel recente passato – dal Jimmy LaValle di “In A Safe Place” al Will Oldham di “The Letting Go” – quel Paese immaginario ha una precisa collocazione geografica sul globo terracqueo, situata nel nord dell’Oceano Atlantico, all’incirca tra il 64° e il 66° parallelo.
Anche Tim Hecker ha dunque subito il fascino magnetico dell’Islanda, tanto da realizzare il suo sesto album solista traendo spunto da registrazioni in presa diretta, semi-improvvisate sul maestoso organo a canne di una chiesa di Reykjavík, ivi catturate nel corso di una lunghissima giornata del luglio 2010 dall'”islandese d’adozione” Ben Frost e successivamente sottoposte a una massiccia manipolazione di scrittura in studio.

Traendo dalla sua esperienza islandese i caratteri più epici e ancestrali di quella terra, Hecker rifonde nelle dodici tracce di “Ravedeath, 1972” un magma primordiale nel quale cupe turbolenze rumoriste si sposano con straordinaria naturalezza con astrazioni armoniche, folate sintetiche e brulicanti saturazioni ambientali.
“Ravedeath, 1972” può considerarsi concettualmente un’opera noise, che tuttavia solo per rari tratti suona come tale, e questo non soltanto per l’ingente presenza di suoni processati e turbinosi drone, che pure lasciano sorprendentemente trasparire la percezione distinta di distorsioni, note pianistiche e soprattutto delle onnipresenti tastiere. Ne risulta una mirabolante tavolozza di trance sintetico-orchestrale, i cui contorni solo parzialmente arrotondati evocano un immaginario costituito da ruvide increspature, fedelmente riassunto nel titolo del disco e in quelli di buona parte della sua tracklist, che descrivono rappresentazioni forti quali quelle di odio, suicidio, paralisi e di una nebbia spettrale che ottunde i sensi in una solenne sinfonia, come quella di cui alla prima delle due significative trilogie ispirate a elementi atmosferici (l’abbagliante “In The Fog”).

Dalla densa ma vividissima coltre che avvolge il lavoro in un bozzolo di inquietudine ed eccitazione, affiorano simulacri di rumore e sample crepitanti, ma anche sorprendenti frammenti di serenità pianistica e profonde immersioni ambientali, che coniugano in una sintesi magistrale anime sovente lasciate separate da artisti operanti in ambito affine (si pensi alle texture romantiche e alle amplificazioni droniche di Eluvium).
Le pulsioni che scuotono dalla superficie lo specchio d’acqua montana di “The Piano Drop” sono esempio lampante della nuova sintesi sonora raggiunta, fra gelide folate e tensioni misteriose. All’incantevole trittico di “In The Fog”, segue un quadretto di puro isolazionismo sonico – “No Drums” – degno dei migliori momenti di Thomas Koner. E al silenzio seguono le impetuose muraglie dei due episodi di “Hatred Of Music”, passaggi di puro romanticismo in musica: si dispiegano i drone come le ali dell’Araba Fenice che vola verso il sole, mentre una sensazione di calore estatico avvolge l’atmosfera. Fra il mare sconfinato di “Studio Suicide, 1980”, in odor di Jefre Cantu-Ledesma, e le inclinazioni brumose dei Sigur Rós dei tempi di “Von” (“Analog Paralysis, 1978”), la matassa harsh-ambient del disco si apre al pianoforte nel conclusivo trittico “In The Air”, procedendo fra malinconiche note e scie celesti in dispersione, che allungano la loro onda sonora in un moto fuori dal tempo e dallo spazio.

Tim Hecker ha forse qui edificato il suo capolavoro. Un’opera densa e multiforme, che abbraccia stili diversi e tocca precordi difficilmente avvicinabili. L’autore canadese coglie pienamente nel segno, plasmando la materia ambientale con un tocco ruvido e nel contempo pregno di romanticismo. È musica per chiudersi e riaprirsi, per liberare la mente e il cuore alla contemplazione dell’infinito.

(in collaborazione con Alberto Asquini, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 11 febbraio 2011 da in recensioni 2011.
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