music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Alela Diane & Wild Divine

ALELA DIANE – Alela Diane & Wild Divine
(Rough Trade, 2011)

Dopo la rivelazione casalinga di “The Pirate’s Gospel” e le polverose dolcezze appalachiane dello splendido “To Be Still”, è l’ora della consacrazione per una delle interpreti più espressive e convincenti del nuovo folk al femminile. Per Alela Diane è infatti tempo del “difficile terzo album”, atteso esame di maturità, nonché impegnativo banco di prova per lo sviluppo della sua declinazione del folk che, dal visionario minimalismo di quasi sola voce e chitarra tradotto nel primo lavoro ufficiale, va arricchendosi di nuove sfumature e di più articolati supporti strumentali.

Accanto alla cantautrice di Nevada City, stavolta c’è una vera e propria band (i Wild Divine, appunto), alla quale partecipano tra gli altri i due Tom della sua vita, ovvero il padre e il marito, mentre il risultato delle registrazioni è stato affidato al leggendario Scott Litt, produttore inattivo da qualche tempo ma in passato alle prese con nomi del calibro di Rem e Nirvana.
Già a partire da tali premesse, si può cogliere la volontà di Alela Diane di ampliare il suo spettro espressivo attraverso il duplice indirizzo di una maggiore fruibilità melodica e della riconduzione della sua scrittura ai canoni di un folk tradizionale ma più piano e sofisticato che in passato.
In “Alela Diane & Wild Divine” spariscono, infatti, le torsioni vocali e i saltuari yodelling, così come si assottiglia quella patina di mistero che conferiva un fascino arcano a gran parte delle canzoni di “To Be Still”. Certo, nel nuovo lavoro albergano ancora demoni e fantasmi, che tuttavia lasciano di preferenza il centro tematico del disco a narrazioni e ricordi familiari, a loro volta smussati e filtrati attraverso raffinatezze folk-blues inscritte in una serie di cornici strumentali che sullo scarno impianto di base innestano di volta in volta una timida slide, ritmiche percepibili o un vellutato dialogo tra sax e organo.

La sensazione è che l’accresciuta articolazione di un contesto sonoro ancor più legato al classicismo folk non riesca a far rifulgere appieno l’intensità vocale di Alela, senz’altro più suadente e matura ma anche in parte depotenziata nelle sue pronunciate doti evocative. Non è un caso, infatti, che tra gli episodi meglio riusciti del breve lotto di “Alela Diane & Wild Divine” (trentotto minuti in totale) possano annoverarsi proprio quelli che riabbracciano l’intima essenzialità di voce e chitarra, quali “The Wind” e “Of Many Colors” (quest’ultima una ballad molto prossima al registro di “To Be Still”), oppure quelli connotati da fluidità melodica e passo più svelto, come l’iniziale “To Begin” e la dolce “Suzanne”, canzone dedicata alla madre e intrisa di un senso di morbida nostalgia.
Meno convincenti, invece, le citazioni di blues elettrico di “Long Way Down”, l’oscuro virtuosismo corale di “White Horse” e la sottile psichedelia di “Heartless Highway”, che denotano uno sforzo da parte della folksinger californiana di indossare abiti di scena più seducenti ma, alla luce dei fatti, alquanto incolori.

Si direbbe quasi che, nella sua nuova dimensione accanto ai Wild Divine, Alela Diane abbia deliberatamente rinunciato alle componenti più aspre e pungenti che ne avevano caratterizzato le prime opere, in funzione di un processo di crescita non ancora del tutto compiuto, che perde in istinto quello che guadagna in eleganza.
Restano, per fortuna, i punti fermi del suo timbro modulato – in ulteriore miglioramento rispetto agli esordi – e di un songwriting spontaneo e lineare, al quale la rinnovata immediatezza di soluzioni e arrangiamenti potrà dischiudere platee di potenziali estimatori più ampie rispetto a quelle dei soli cultori del cantautorato folk al femminile. Il processo non può dirsi ancora compiuto, ma certo è che, anche nelle scelte estetiche, Alela Diane non vuol più essere la fanciulla bucolica, dalle gonne larghe e dalle spighe tra i capelli, bensì aspira a uno status di interprete a tutto tondo di un folk classico, riveduto con raffinatezza e misura nei particolari.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 5 aprile 2011 da in recensioni 2011.
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