music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Apocalypse

BILL CALLAHAN – Apocalypse
(Drag City, 2011)

“The real people went away/ But I’ll find a better way, someday/ Leaving only me and my dreams/ My cattle and a resonator”: suona quasi come una dichiarazione d’intenti il biglietto da visita con il quale si presenta “Apocalypse”, terzo disco in studio licenziato da Bill Callahan sotto il proprio nome, dopo la ormai stabile dismissione del longevo alias Smog.
Dopo tante tempeste dell’animo, uno dei loner per eccellenza del cantautorato americano degli ultimi due decenni è tornato a essere tale, ritrovando nei luoghi e nelle immagini dell’America più profonda la quiete propedeutica alla sua ispirazione.

Ancor più di “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, “Apocalypse” si connota quale frutto della solitaria sensibilità del songwriter di Silver Springs che pure, parafrasando la sua stessa considerazione contenuta nel disco precedente – “I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again” – si attesta qui su un registro in apparenza meno cupo rispetto alla dimessa introspezione di quel lavoro.

Callahan indossa, infatti, gli abiti ruvidi e consunti del mandriano (“Drover”) per percorrere in solitudine vallate recondite nelle quali confondersi con il paesaggio e confondere la propria pena con quella dei luoghi e degli esseri animati che lo circondano (“But the pain and frustration, is not mine/ It belongs to the cattle, through the valley”).

L’apocalisse che dà il titolo all’album è, a ben vedere, tutta interiore e lo scopo della narrazione ad essa legata è piuttosto una sorta di catarsi, di pacificazione emotiva da conseguire attraverso il temporaneo allontanamento dagli ordinari tumulti della vita quotidiana e di quella sentimentale. Si tratta, però, di un distacco soltanto parziale, tanto che nel corso del disco affiorano sovente ispide considerazioni sulla contemporaneità e dissezioni emotive a mente fredda, fino alla constatazione di come l’artista non possa rinunciare a volgere il proprio sguardo dentro di sé e intorno a sé (“Without work’s calving increments/ Or love’s coltish punch/ What would I be?”).

Superata così la polverosa atarassia di “Drover” e “Baby’s Breath”, è ben presto tempo di un disincantato inno a un'”America!” “so grand and golden” (da David Letterman a Vietnam e Iraq), tra perturbazioni elettriche e obliquità bluesy, e di languidi interrogativi su partenze e storie esauste, salvo poi scoprire che l’unico modo per trovare un approdo è, ancora una volta, lasciarsi guidare dal sentimento (“Riding For The Feeling”, “Free’s”).

La ritrovata carica emotiva viene accompagnata da una modalità espressiva più vivace e pungente rispetto alla romantica autocommiserazione di “Sometimes I Wish We Were An Eagle”; laddove nel lavoro precedente gli archi sublimavano le scorie di una separazione recente, in “Apocalypse” prevale una varietà di registri la cui relativa asprezza travalica gli stilemi dell’alt-country per attestarsi su citazioni sudiste che vanno da un latente Delta blues a sfumature jazzy, passando per tutta una serie di zufoli e arpeggi dallo spiccato sapore bucolico.

Quale che sia il fondale sonoro di riferimento, Callahan trova modo di esercitare il suo ormai consumato crooning in canzoni dalla durata medio-lunga (tutte ben oltre i cinque minuti, ad eccezione di “Free’s”), che non risultano mai prolisse ma pervengono all’ideale dimensione narrativa per storie e confessioni di un artista che, col trascorrere degli anni e delle esperienze personali, diventa cantore sempre più raffinato di una solitudine intesa quale semplice integrazione con un ambiente circostante misterioso e tutto da scoprire.

Il loner è dunque tornato, più loner che mai e serenamente consapevole nella constatazione della propria condizione, che non gli impedisce di coniugare appunti personali e osservazioni universali in canzoni ancora una volta raffinate, melodicamente compiute e ricche di sfaccettature: risultato e livello qualitativo decisamente invidiabile per un cantautore giunto al quattordicesimo album in studio.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 aprile 2011 da in recensioni 2011.
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