music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Black Earth

IMPLODES – Black Earth
(Kranky, 2011)

Da sempre recettiva a nuovi stimoli musicali provenienti da ogni dove, questa volta i fondatori della Kranky, Bruce Adams e Joel Leoschke, non hanno dovuto volgere il loro sguardo molto lontano per scovare l’ultimo nome designato a proseguire gli elevati standard della storica etichetta indipendente chicagoana.
Proviene infatti proprio dalla metropoli sul lago Michigan il quartetto degli Implodes, formatosi appena un paio di anni fa e oggi al debutto sulla lunga distanza ma, a ben vedere, non esattamente formato da ragazzini alle prime armi affascinati dal diffuso recupero di certi suoni di un paio di decenni fa. Almeno metà dell’attuale line-up della band presenta infatti trascorsi di tutto rispetto e anche piuttosto risalenti: il bassista Matt Jencik ha attraversato gli anni 90 suonando in un paio di formazioni hardocre-math (Hurl, Taking Pictures) e facendo qualche apparizione con i Don Caballero, mentre più recente è l’attività del chitarrista Ken Camden, segnalatosi per la sua miscela di elettronica e musica cosmica nell’album solista “Lethargy & Repercussion”, sempre pubblicato da casa Kranky.

Adempiuti i preliminari biografici, non resta dunque che addentrarsi nello spazio remoto, nelle profondità oceaniche, nelle grotte nascoste e nelle foreste inesplorate che la stessa band sul suo blog individua quali fonti del suono adesso condensato nei tre quarti d’ora di “Black Earth”.
L’immaginifica presentazione si rivela ben presto niente affatto fuori luogo all’ascolto del turbine di feedback, riverberi e distorsioni che popolano un album nel quale nostalgie di sognante psichedelia convivono con magmatici flussi post-noise che si espandono scontrandosi come in un gioco di riflessi su specchi dai cristalli oscuri.
Certo, gli Implodes non possono considerarsi del tutto alieni alla temperie revivalista che oltreoceano, negli ultimi tempi, sta rideclinando sonorità dark-wave e shoegaze a cavallo tra anni 80 e 90, eppure lo spessore sonoro da loro offerto in “Black Earth” – all’incirca equamente ripartiti tra vorticose pulsioni fuzz e ipnotiche oscillazioni strumentali – si presenta da subito più denso e sfaccettato rispetto a qualsiasi tendenza univocamente riconoscibile.

I maniaci della ricerca di ascendenze potranno sbizzarrirsi all’ascolto dei brani più articolati dell’album, in particolare di quelli che immergono scheletri di canzone e un cantato a sua volta pesantemente effettato in torsioni psichedeliche, sospese tra languori sognanti e segmentazioni granitiche. Difficile, ad esempio, non ripensare alle cavalcate acide dei Loop lungo l’adrenalinica “Marker”, oppure ai My Bloody Valentine più eterei ascoltando i morbidi vocalizzi sovrastati dalla brumosa coltre di “Oxblood”, o ancora a una wave torbida e marziale nelle saturazioni a base di tastiere e asciutte iterazioni ritmiche di “Meadowsland”.
In “Black Earth” vi è, tuttavia, molto altro, riassunto da un lato negli sferraglianti passaggi cosmici di alcune texture strumentali e dall’altro nel più abrasivo impatto delle chitarre che in “Song For Fucking Damon II (Trap Door)” si sovrappone a un cantato impalpabile e nell’ottima “Screech Owl” si inarca in verticalismi e dissonanze a metà tra Pale Saints e primi Sonic Youth.

È proprio questo continuo rimescolamento di tessere sonore, unito alla capacità di sintesi tra melodie e incandescenti trame elettriche, a rendere quella di “Black Earth” una solida declinazione di una psichedelia oscura, che tra sferzate e carezze disegna scenari di straniante bellezza. Traiettorie cosmiche, feedback rumorosi, sentori wave e fluttuazioni ambientali non si sono mai assomigliate così tanto; anzi, nella forza centripeta della musica degli Implodes diventano praticamente la stessa cosa.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 aprile 2011 da in recensioni 2011.
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