music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Helplessness Blues

FLEET FOXES – Helplessness Blues
(Sub Pop/Bella Union, 2011)

La locuzione “fuori dal tempo” sarà pure banale e abusata nell’analisi di un disco, ma nel caso del secondo album dei Fleet Foxes davvero possono esservene di più adeguate. Piuttosto, è curioso che la definizione calzi a pennello a un’uscita oggetto di spasmodica attesa da quel mondo indipendente che tutto fagocita sotto la luce dei suoi consolidati standard di gusto e che, tre anni addietro, aveva apposto il proprio imprimatur sul debutto omonimo della band di Seattle, immediatamente elevandola tra le stelle di prima grandezza dell’universo “alternativo” statunitense.
La responsabilità della seconda prova è stata peraltro percepita in maniera distinta dal quintetto capitanato da Robin Pecknold, tanto che lui stesso narra di come la genesi del lavoro sia stata tormentata e frutto di stress creativo, dubbi e profonde riconsiderazioni, che lo hanno indotto a una sostanziale riscrittura di quanto già quasi pronto per un’uscita nel 2010, nonché all’esclusione dal novero delle tracce candidate a far parte del disco di alcuni brani di recente offerti in download gratuito in scarne versioni acustiche.

Quello racchiuso sotto il titolo di “blues della vulnerabilità” rappresenta dunque il distillato di tre anni di ideazione e di certosino labor limae sulla scrittura e sugli arrangiamenti di brani sottoposti a quello che, senza timore di forzature, può definirsi come il “trattamento Fleet Foxes”, ovvero una declinazione luminosa di un soft-pop le cui sembianze vintage attingono a piene mani dai grandi classici degli anni 60-70 (Beach Boys, Simon & Garfunkel, Crosby, Stills & Nash, Byrds), non già per sottoporli a un forzato tentativo di attualizzazione, quanto per costruirvi intorno barocchi affreschi corali, che alle incontaminate fragranze della West Coast affiancano un parsimonioso dosaggio di spezie provenienti dai mari del sud e dall’Oriente.
Dagli stessi titoli di alcuni dei brani e da alcune soluzioni armoniche (il violino arabeggiante di “Bedouin Dress”, gli arpeggi caraibici di “Lorelai”) traspare infatti una traslazione della solarità che aveva connotato l’album di debutto in contesti più esplicitamente “contaminati” e comunque tutti riconducibili ai vagheggiamenti di un’immaginaria Arcadia che, appunto, trascende coordinate spazio-temporali.

A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, da questo incrocio sincretico discende un lavoro estremamente coeso nello scorrere dei suoi cinquanta minuti di durata, nel corso dei quali si avvicendano brani dalle mille sfaccettature che, come già in passato, talora indulgono un po’ troppo nella costruzione di oblique trame vocali e strumentali, come ad esempio quando si lasciano andare alle piatte polifonie e al vellutato sax del finale della prolissa “The Shrine / An Argument” (otto minuti).
Eppure, sotto una superficie niente affatto immediata e in via di scostamento dalle matrici folk, in “Helplessness Blues” è dato riscontrare un accuratissimo artigianato melodico, il cui fulcro è rappresentato una pluralità di tessere policrome, “ordinate” a costruire schegge di canzoni, ma più spesso giustapposte in intersezioni sottilmente psichedeliche, alle quali partecipano tutti i membri della band (lo stesso batterista Josh Tillman è, a sua volta, uno stimato cantautore).

L’accento viene posto con tale forza sull’elemento vocale che fin dall’iniziale “Montezuma” si affacciano passaggi quasi a cappella e le stesse linee strumentali si riducono spesso al ruolo di mero accompagnamento, al quale il suono della dodici corde, del violino folk e di piatti appena accarezzati conferiscono un’estatica aura bucolica.
Al di là delle ormai abituali citazioni wilsoniane, a un album tanto curato nelle forme mancano giusto mancano un po’ le canzoni da ricordare e anche quel gioioso tono innodiale che tanto aveva colpito nel disco d’esordio. Sotto il primo aspetto, quasi paradossalmente, sono i brani più scarni come “Sim Sala Bim” e “Blue Spotted Tail” a risultare più compiuti rispetto ai tanti articolati acquarelli impressionistici, mentre sotto il secondo meritano una segnalazione l’ariosa “Lorelai” e soprattutto “The Plains / Bitter Dancer”, che evolve da un dialogo vocale in chiaro stile Simon & Garfunkel all’impennata corale di un finale che parrebbe aver riportato i Grizzly Bear indietro di almeno tre decenni.

Proprio una tale considerazione marca la sorprendente differenza con certo gusto dominante e, nonostante qualche limite, non fa che confermare l’assoluta peculiarità dei Fleet Foxes e l’ambiziosa opzione stilistica sottesa a “Helplessness Blues”, di fatto incurante della direzione in cui gira tanta musica indipendente e, forse, consapevolmente riassunta proprio dai versi della title track: “I was raised up believing I was somehow unique/ like a snowflake distinct among snowflakes/ unique in each way you can see/ and now after some thinking I’d say I’d rather be/ a functioning cog in some great machinery/ serving something beyond me”.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2011 da in recensioni 2011.
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