music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Tunnel Blanket

THIS WILL DESTROY YOU – Tunnel Blanket
(Suicide Squeeze/Monotreme, 2011)

Già l’inclusione nella seconda o terza “generazione” del post-rock potrebbe nuocere non poco a una band come i This Will Destroy You, esponenti di una temperie artistica vissuta su repentine esaltazioni e lunghe risacche di ispirazione, in maniera quasi speculare all’andamento di tante composizioni caratterizzanti il genere.
Ebbene, lungi dal farsi avvincere da interrogativi “esistenziali” sul senso del post-rock nel 2011, è giusto avvicinarsi alla terza prova sulla lunga distanza del quartetto texano scevri tanto da pregiudizi d’etichetta quanto dalle positive sensazioni suscitate dalle sue opere precedenti e dalle sue incandescenti prestazioni live.

Pur incardinandosi saldamente nella cornice del genere, i This Will Destroy You hanno fin dall’inizio mostrato l’ambizione di essere qualcosa di diverso rispetto ai troppi emulatori dei “soliti noti” e anche rispetto a quanti delle cavalcate strumentali e delle abrasive trame chitarristiche hanno saputo intendere solo l’incedere matematico o la veemenza para-metallica. Ecco così il pur timido innesto dell’elettronica, l’accento posto sulla fragilità emozionale e le dissolvenze che già popolavano l’omonimo album del 2008.
Dai medesimi presupposti trae origine l’ora di musica raccolta in “Tunnel Blanket”, nella quale la band texana mostra ulteriori segnali di una creatività che, pur muovendo da canoni ben identificabili, anche grazie al supporto del produttore John Congleton (Black Mountain, Bill Callahan, Modest Mouse), tende a scomporli e ricombinarli in forme estremamente scarne, risultanti da un ingente lavoro di sottrazione, dal quale risulta un suono in prevalenza lento e dilatato, eppure in costante movimento nel suo incedere magmatico.

Certo, lungo le otto composizioni comprese nell’album (due delle quali, “Communal Blood” e “Reprise” lo avevano anticipato in forma di un limitato vinile 7”) si ritrovano ancora tracce di crescendo, spasmi laceranti e armonie frutto di costruzioni incrementali; tuttavia, questi elementi vengono trasfigurati attraverso un gusto minimale e un’impostazione sinfonico-cinematica che sposta l’abituale barra di navigazione del post-rock da una ripetitiva maestosità a orditi scheletrici e avvolgenti spire ambientali.
I tre minuti di dilatazioni che fungono da intro a “Little Smoke” chiariscono già a sufficienza il substrato sotteso a un album pur non privo di chitarre granitiche e improvvise irruzioni di drumming marziale, come quelle che appunto squarciano il brano iniziale, che poi si snoda fino a dodici minuti di durata tra ritmiche serrate, aperture più luminose e modulazioni di tempi. Ce n’è già abbastanza per rendersi conto del continuo dualismo tra coerenza e discontinuità al quale i This Will Destroy You hanno improntato questo loro secondo disco: da un lato una tensione alimentata gradualmente ma mai del tutto liberata (si vedano in particolare “Communal Blood” e “Black Dunes”), dall’altro scenari astratti, percorsi da drone ronzanti, sibili e fluttuanti field recordings, che insieme danno luogo a una sorta di ambient sfrigolante e vitalissima, le cui frequenti strutture circolari vibrano come fuoco sotto la cenere (“Glass Realms”, “Powdered Hand”), abbandonandosi a cadenze sempre più rallentate (“Reprise”).

Si direbbe, dunque, che in “Tunnel Blanket” la band texana continui a utilizzare strumenti e costruzioni proprie del post-rock per trasformarne i risultati e quasi confutarne l’essenza. A livello superficiale, non ci si discosta poi più di tanto da capisaldi consolidati, ciononostante ai This Will Destroy You va quanto meno riconosciuta un’acutezza e una vitalità creativa che ormai costituisce merce rara anche tra i più celebrati esponenti del genere.
Se insomma avete ancora fame di post-rock, sarà allora più stimolante rivolgersi alle brume malinconiche di “Tunnel Blanket” che, ad esempio, alle ultime calligrafie dei conterranei Explosions In The Sky.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 maggio 2011 da in recensioni 2011.
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