music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Red Planet

ARBOREA – Red Planet
(Strange Attractors, 2011)

Buck e Shanti Curran stavolta si sono voluti prendere tutto il tempo necessario per realizzare il quarto album del loro solitario progetto artistico Arborea. Dopo l’ultimo “House Of Sticks”, il duo del Maine – coppia in musica e nella vita – ha interrotto nel 2010 la propria media di un disco circa all’anno per dedicare tutte le cure del caso a “Red Planet”, lavoro che segna lo stadio ulteriore del processo di sottrazione compiuto dalla band sulla base di quel folk sottilmente psichedelico, discendente tanto da quello anglosassone che (in misura minore) da quello appalachiano, che negli ultimi anni è stato oggetto di plurime indagini e reinterpretazioni.

L’essenzialità alla quale è improntato l’intero “Red Planet” traspare già dalla breve intro “The Fossil Sea”, un minuto di corde pizzicate con austero rapimento, che subito indica lo standard di mistero e impalpabile tensione che animerà tutto il disco. La conferma arriva subito dopo, con il primo dei due traditional oggetto di rivisitazione (l’altro è “Careless Love”), la classica “Black Is The Colour”, dilatata fino a una durata di quasi sette minuti e ammantata di narcolessie avvolgenti da arpeggi distanti e dalla voce eterea di Shanti, che danza con grazia irreale su un fondale sostanzialmente statico.
La congiunzione tra minimalismo folk ed esili tessiture di drone, che da sempre costituisce la principale missione artistica degli Arborea, trova compiuta consacrazione nei solchi del “pianeta rosso”, alternando nel corso della tracklist digressioni acide ad armonie acustiche spoglie, spesso ridotte all’osso di note lentamente stillate dalle corde di chitarra, banjo o ukulele. Emblematico, in tal senso, è l’altro pezzo non originale presente nell’album, la cover-omaggio di “Phantasmagoria In Two”, resa in una versione tanto disadorna da accentuarne l’introversione e le tinte nostalgiche.

Ma, ovviamente, “Red Planet” non è solo un album di reinterpretazioni, anzi anche i pregevoli brani originali in esso contenuti offrono conferme dell’equilibrio raggiunto dai coniugi Curran nel disegnare paesaggi che pur sempre traggono spunto da un folk polveroso dal sapore ancestrale, proiettandolo alternativamente verso una fragile eleganza di arrangiamenti o verso territori di insondabile, lievissima psichedelia.
Sotto il primo punto di vista, nuovamente decisivo appare il contributo di Helena Espvall, che valorizza con il suono sinuoso del suo violoncello “Arms And Horses” e la deliziosa “Spain”, la canzone più strutturata del disco, con le sue linee melodiche serafiche e la voce di Shanti, più concreta e decisa del solito.
Per il secondo aspetto, invece, non mancano derive psichedeliche che scorrono carsicamente per quasi tutto il corso dell’album, affiorando nei ricorrentii dialoghi tra picking e sospiri e soprattutto negli oltre nove minuti di “Wolves” che, tra cantato vagamente nadleriano ed esili torsioni di sottofondo, guidano per mano lungo un percorso immaginario attraverso la foresta, in antri nascosti di misurata, arcana magia.

Con la loro miscela di chitarre elettriche e harmonium, di strumenti acustici e texture ipnotiche, in “Red Planet” gli Arborea hanno confezionato un prezioso immaginario di suoni e suggestioni, che dalla tradizione folk elide gli aspetti di vivace ritualità per coglierne, in una solinga percezione di coppia, l’evanescenza di quelli più legati a una concezione panica della natura.
Ben pochi album folk degli ultimi anni hanno coniugato così lucidamente melodie sognanti e visioni psichedeliche, e con ogni probabilità nessuno di questi è mai stato così prossimo al denso incanto del silenzio.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 maggio 2011 da in recensioni 2011.
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