music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Coloribus

MELODIUM – Coloribus
(Abandon Building, 2011)

Come sempre instancabile e prolificissimo, Laurent Girard inaugura il suo 2011 con il quattordicesimo album in studio di una serie alla quale è ormai difficile tener dietro, tante sono le sue produzioni annuali e diversi, almeno parzialmente, gli obiettivi ad esse sottesi.
Certo, la formula di base prescelta da Girard permane sempre quella incentrata su rilucenti melodie analogiche, realizzate a partire da un’ampia serie di tastiere e strumenti giocattolo, ma nel corso degli anni l’artista francese ha mostrato di voler sperimentare intersezioni con minimali cammei acustici e, più di recente, l’ambizioso innesto di una scrittura che sembrava preludere alla sua transizione verso un variopinto cantautorato folktronico.

Invece, smentendo quanto adombrato in album quali l’immaginifico “Music For Invisible People” (2006) e “My Mind Is Falling To Pieces” (2008), Girard ha messo nuovamente da parte la scrittura di vere e proprie canzoni, tornando a concentrarsi sull’essenza di un suono liquido, che nel nuovo “Coloribus” viene interpretato nella sua forma più pura, ovvero quella di miniature e frammenti che, insieme, costituiscono una sorta di libreria musicale, quasi un catalogo di quanto il progetto Melodium ha saputo rappresentare nel corso degli anni.
Il lavoro si compone infatti di venti brevi schegge dalla durata mai superiore ai tre minuti, che riassumono nella concisione di piccole vignette sonore un’ampia rassegna di pulsazioni vivaci e sciabordii trasognati, di stille acustiche e statica trance.

Dato il suo carattere volutamente disorganico, non è facile intravedere in “Coloribus” una linea di continuità, se si eccettua appunto il chiaro sforzo di Girard di concentrare entro brevi durate idee che, con ogni probabilità, costituiscono null’altro che embrioni di composizioni (o canzoni?) che avrebbero richiesto un ulteriore sviluppo. Tra intrecci elettroacustici, oscillazioni e ceselli ritmici d’ogni sorta affiora infatti, diffuso, un certo senso di incompiutezza, senz’altro inevitabile in virtù della forma espressiva prescelta ma, evidentemente, frutto di una gestione non sempre impeccabile del contingentato spazio a disposizione.
Se le segmentazioni analogiche di “The Link Is Dead”, l’interazione elettroacustica di “Blanqui Street” e i sinuosi abbracci nostalgici di “Something You Lost” e “I Am Epsilon” incorniciano miniature brillanti e riconoscibili, meno convincenti appaiono tanti altri episodi dell’album, sostanzialmente privi di quel respiro in grado di farne bozzetti autosufficienti. Ad esempio, tanto la stasi ambient-trance di “La Bohalle” e “Saltic De Ridig” quanto le asprezze e le accelerazioni sintetiche in chiave idm di “Piano Factory” e “Run Run And Collapse” non riescono a smentire la sensazione di trovarsi in presenza di semplici appunti sparsi tipicamente girardiani, ma ancora allo stato di materiale semilavorato, bisognoso di un qualche tipo di complemento o rifinitura.

L’incalzante caleidoscopio di “Coloribus” non rappresenta, dunque, altro che l’ennesimo spaccato dell’artigianato folktronico di Girard, seppure in quest’occasione circoscritto a esercizi di stile dal respiro un po’ corto e, come tali, solo parzialmente riusciti. Dal genio stravagante dell’artista francese è lecito attendersi di più e, conoscendolo, è ben probabile che non ci vorrà molto perché torni a presentarsi con qualche più corposo sviluppo dei frammenti compresi in quest’album.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2011 da in recensioni 2011.
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