music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The License To Interpret Dreams

ANTONYMES – The License To Interpret Dreams
(Hidden Shoal, 2011)

Chi l’ha detto che la musica elettronica e ambientale sia appannaggio esclusivo di giovanissimi smanettoni che con semplici accorgimenti informatici sono in grado di realizzare produzioni copiose con estrema frequenza?
Bene, il caso di Ian M. Hazeldine sembra fatto apposta per smentire questo luogo comune: si tratta infatti di un fotografo, designer e artista concettuale gallese, che, oltrepassata da qualche tempo la soglia dei quarant’anni, ha deciso di riassumere sotto l’alias di Antonymes un lungo periodo di esperienze in diversi campi, nonché di studi e registrazioni catturate nel corso di circa un decennio.

Rumori, voci e frammenti di suono raccolti in luoghi sperduti e abbandonati costituiscono il substrato intorno al quale Hazeldine ha costruito il suo primo album sulla lunga distanza, che segue di un paio d’anni l’apparizione della sigla Antonymes, sotto forma dell’Ep “Beauty Becomes The Enemy Of The Future”, pubblicato nell’abituale edizione limitata dalla Cathedral Transmissions (la stessa che ha rivelato i Plantman).
Come già palesato dal suo suggestivo titolo, “The License To Interpret Dreams” più che un album è una narrazione onirica sui temi della nostalgia, dell’istinto e dell’assenza, interpretata con profondo senso del tragico e ripartita in dodici episodi che, sulla stessa tracklist, sono indicati non con il semplice numero ma come “dream one”, “dream two” etc.
Eppure, a dispetto dei richiami al sogno, l’atmosfera dei cinquantasei minuti del disco è tutt’altro che languida e sognante, ma anzi improntata a una profondità assai straniante, nella quale sinuose rarefazioni ambientali convivono con rade note pianistiche e una dolente sezione d’archi, che aggiunge alle composizioni di Hazeldine un senso di distante romanticismo, che spesso trascolora in sinfonie in miniatura allo smarrimento e al rimpianto.

Nelle componenti più impalpabili della musica di Antonymes ci si può attestare dalle parti dei grandi classici del genere – tra l’austerità di Morton Feldman e la grazia di Harold Budd – mentre da un lato gli innesti neoclassici e dall’altro il continuo processo di saturazione al quale sono sottoposti i suoni integrano una modernità descrittiva rideclinata in mille rivoli dalle cui incessanti intersezioni risultano composizioni di rara vitalità e varietà.
Dal silenzio e dalle rade note pianistiche da cui trae abbrivio il disco al sordo battito e ai due minuti di rifioritura melodica con i quali si conclude, è infatti tutto un susseguirsi di sovrapposizioni e intrecci, che smuovono – in maniera talora sorprendente – granulose increspature di drone, gravi armonie cameristiche e apparenti stasi di frequenze ipnotiche.
Le cadenze solenni che connotano tutta l’opera ne fanno qualcosa di più rispetto a una mera colonna sonora per malinconiche immagini in seppia, poiché il dolce naufragio tra le liquide coltri ambientali che ci si potrebbe attendere da un disco caratterizzato da tali elementi e da tali suggestioni è, invece, soltanto lambito grazie a inattese virate spettrali, voci distanti, field recordings e spoken word tenebrosi (quello di “Doubt”, il più deciso, addirittura in odor di Current 93).

Ma l’essenza ultima di “The License To Interpret Dreams” permane pur sempre quella di un viaggio nei recessi della memoria cerebrale, fotografica e, in ultima istanza, emozionale, condotta senza troppe sovrastrutture concettuali e ricca di sfumature che si rivelano a ogni ascolto, come non sempre capita in lavori di questo tipo.

Quella di Ian M. Hazeldine non è (solo) musica per sogni e inerti abbandoni; è piuttosto un mosaico complesso, i cui incastri, una volta estrapolati dalle nebbie della memoria, rivelano un romanticismo misurato e minimale, decantato nel corso degli anni e, oggi, in grado di catturare con grande precisione istantanee di luce e tenebre, così come suoni sparsi e armonie dal respiro sempre più ampio.

Da ascoltare con attenzione e con animo recettivo, prima di pensare che si tratti del “solito” disco ambient.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 Mag 2011 da in recensioni 2011.
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