music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Bite The Mountain

rachael_dadd_bite_the_mountainRACHAEL DADD – Bite The Mountain
(Broken Sound Music, 2011)

Tanto per sfatare il luogo comune per cui tutte le cantautrici acustiche degli ultimi anni si ispirano alternativamente al folk appalachiano o a quello britannico, Rachael Dadd chiarisce fin dal suo modo di presentarsi quali possano essere le suggestioni presenti nella sua musica. Basta infatti gettare uno sguardo al suo sito ufficiale, equamente diviso tra caratteri occidentali e ideogrammi, o alla stessa copertina di “Bite The Mountain” – sua prima opera sulla lunga distanza – per rendersi conto di come l’artista di Bristol guardi con estrema curiosità alla cultura giapponese per elaborare la sua formula espressiva, fatta sì di richiami alla tradizione, ma soprattutto di peculiari riletture della stessa secondo una sensibilità moderna e minimale.

Fondatrice, insieme a Rozi Plain, del “Cleaner Records collective”, collaboratrice di vari progetti gravitanti intorno al cenacolo artistico Wilkommen (quello di Leisure Society e Laish, per intenderci) e già autrice di due pregevoli Ep (“Moth In The Motor” ed “Elephee”, entrambi per la Broken Sound Music), che ne avevano rivelato la grazia melodica e la voce sottile, per la registrazione del suo primo album, Rachael Dadd ha voluto recarsi proprio in Giappone, dove a sua volta è entrata in contatto con numerosi artisti, dalle molteplici estrazioni. Tra questi, il compositore Aki Tsuyuko e il musicista sperimentale Ichi, insieme ai quali ha registrato, su un semplice quattro tracce, buona parte delle canzoni che costituiscono una sorta di appunti del suo viaggio nell’arcipelago nipponico.

In coerenza con la sua natura di lavoro itinerante, “Bite The Mountain” restituisce, lungo i suoi quattordici brani, lo scarno profilo del folk acustico della polistrumentista Dadd (arricchito con pianoforte, percussioni, clarinetto, violino, banjo e ukulele attraverso un copioso uso dell’overdubbing), compilando al contempo un mutevole catalogo di bozzetti paesaggistici, in bilico tra Oriente e Occidente.

L’intero album offre compiuta dimostrazione dell’esercizio di bilanciamento condotto dall’artista bristoliana tra un songwriting essenziale ma quasi mai ripetitivo – che spazia dai richiami sixties dell’iniziale “Balloon”, alla vivacità soul di “Claw And Tooth”, fino alle interpretazioni al pianoforte di “Moth In The Motor” e “Time Makers” – e soluzioni sonore che incarnano la cultura orientale in una sorta di folk da camera, nel quale arpeggi acustici, inserti di fiati o anche solo poche note d’organo ripetute disegnano acquerelli dalle tinte pastello, sospesi in una grazia quasi irreale.

Il senso di quiete che promana dalle piovose melodie delle deliziose “Tsubomi” e “In The Morning” costituisce, così, ancor più fedele traslitterazione della tradizione giapponese rispetto al breve inserto vocale collocato in chiusura di “Hedgehog”; mentre le corde del banjo pizzicate con dolcezza e i frequenti zufoli di clarinetto conferiscono un’aura di serafico misticismo e sacralità a quasi tutti i brani, omaggiando i luoghi nei quali sono stati concepiti e realizzati non meno di quanto faccia il minuzioso battere di bacchette della delicata “Rice Triangle”.

D’altro canto, nel corso del disco non mancano nemmeno saggi delle più canoniche qualità di raffinata interprete folk della Dadd, la cui voce discreta sa farsi più alta e decisa nelle esecuzioni al piano e suadente complemento delle tiepide armonie acustiche allegate alle istantanee impressionistiche “Good Good Light” e “The Wind And The Mountain”.

Tutti elementi che fanno di “Bite The Mountain” un’opera assolutamente compiuta e vitale, una declinazione acuta ed equilibrata di culture musicali tra loro distante, eppure abbracciate dallo sguardo consapevole – niente affatto “turistico” – di un’artista che ha ne trovato il comune denominatore in un minimalismo melodico di stampo naturalista, in grado di rendere semplici e immediati i complessi equilibri delle arti dell’estremo Oriente.

La fragile perfezione dell’origami e la sintesi espressiva dell’haiku convivono nella musica di Rachael Dadd, artista che alla luce di questo suo primo album sarebbe un vero peccato liquidare superficialmente come una tra le tante.

(pubblicato su ondarock.it)


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Questa voce è stata pubblicata il 9 agosto 2011 da in recensioni 2011.
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