music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Rip Tide

BEIRUT – The Rip Tide
(Pompeii, 2011)

Il globetrotter più popolare dell’universo indie d’oltreoceano ha abbandonato, almeno momentaneamente, il suo peregrinare (reale o immaginario) per le strade polverose della vecchia Europa. Per il terzo album in studio dei suoi Beirut, Zach Condon è tornato a casa, preferendo la tranquilla solitudine di luoghi a lui familiari al vorticoso susseguirsi di itinerari culturali e musicali attraversati dalle opere precedenti, fin da quando, non ancora ventenne, con “Gulag Orkestar” aveva suscitato un clamore inatteso e, invero, eccessivo rispetto all’organicità della sua proposta artistica.

Dopo aver trascorso gli ultimi anni in parte ad ampliare il raggio delle sue esplorazioni sonore, in parte a recuperare giocose registrazioni analogiche (si veda il doppio Ep “March Of The Zapotec / Realpeople: Holland”), Condon si è sostanzialmente smarcato dalle attenzioni del mercato discografico, creando una propria etichetta discografica ed elaborando, nei freddi inverni dello Stato di New York, i brani destinati a dare un seguito al suo ultimo album vero e proprio, quel “The Flying Club Cup”, risalente al 2007, che ne testimoniava una certa crescita in termini cantautorali.
La gestazione di “The Rip Tide” deve dunque essere stata abbastanza lunga e ponderata e, a giudicare dai risultati, deve aver visto Condon lavorare piuttosto per sottrazione, lasciandosi alle spalle buona parte della ridondanza di suoni ed elementi dei primi dischi e distillando il frutto della sua creatività nella concisione di appena trentatre minuti di musica.

Certo, l’impronta stilistica assorbita nelle divagazioni tra Europa e Messico dei precedenti dischi di Beirut non è affatto scomparsa, anzi la sua eredità è ben presente lungo le nove tracce di “The Rip Tide”, a dimostrazione di come la dimensione bandistica, con il suo profluvio di fiati e ritmiche scatenate, sia stata ormai pienamente assorbita dallo stile di Condon, anzi gli fosse connaturata fin da quando si dilettava con esperimenti casalinghi su tastierine sgangherate.
Entrambe le modalità espressive per le quali il progetto Beirut si è fatto conoscere nel corso degli anni convivono in “The Rip Tide”, filtrate appunto attraverso una sensibilità (relativamente) più minimale e un mood che all’entusiasmo della scoperta del viaggiatore sostituisce la nostalgia del ritorno e quel senso di perenne inadeguatezza di chi cerca la serenità nei luoghi circostanti anziché dentro di sé (emblematici a tal proposito il verso di “Goshen”, “You never found it home/ a fair place I’d pay to be alone”, e il breve testo di “Vagabond”, “Left a bag of bones, trail of stones/ for to find my way home/ Now, as the air grows cold, the trees unfold/ And I am lost and not found/
And who’d know?”).

Con queste premesse, il profluvio di fiati e il consueto senso di coralità strumentale che caratterizzano brani quali “A Candle’s Fire”, il singolo “East Harlem” e “Payne’s Bay” (quest’ultimo conserva sentori mitteleuropei e risulta quello più articolato del lotto) si ammantano di un pungente senso di nostalgia, enfatizzato anche dalle cantilene di Condon, che nemmeno in quest’occasione riesce a svincolarsi dal suo registro monocorde e vagamente lamentoso, se non forse nella gioiosa marcetta conclusiva “Port Of Call”.
La parziale svolta intimista e malinconica di Condon produce tuttavia anche le raffinatezze al piano di “Goshen”, pur sostituite ben presto da un cadenzato incedere bandistico, e l’intensità morriconiana della title track, anch’essa però dispersa da un’andatura sbarazzina, così come il vago romanticismo dell’arrangiamento d’archi, a sua volta svilito da pulsazioni analogiche alquanto inconferenti.
La coesistenza nello stesso lavoro delle due anime – invero tra loro ben poco comunicanti – del progetto Beirut rappresenta l’altro elemento saliente di “The Rip Tide”, come palesato in particolare dalle intersezioni tra ottoni, ritmiche e tastierine di “Santa Fe” e di “Vagabond”, che contribuiscono a loro volta alla formazione di quella sbilenca aura agrodolce che avvolge tutto il lavoro.

Tuttavia, al di là della perdurante incertezza stilistica, è la stessa opzione per un registro in parte depurato dall’enfasi orchestrale dei due album precedenti a evidenziare ancora una volta – e in maniera ancor più sensibile – i limiti di Condon nella scrittura di canzoni raramente capaci di offrire spunti degni nota. Se si eccettuano, infatti, le aperture armoniche di “East Harlem” e di “Payne’s Bay” e la maggior definizione melodica di “Port Of Call”, parallela a un cantato finalmente più deciso, gran parte dei brani di “The Rip Tide” scorrono via senza lasciare particolari tracce, anzi lambendo a più riprese rischi di una monotonia non sufficientemente compensata nemmeno dalla breve durata del lavoro.
Si direbbe dunque che il percorso di crescita delineato da “The Flying Club Cup” si sia parzialmente interrotto, o almeno che, spogliata dagli sgargianti colori balcanici, la vena cantautorale di Condon sia ancora ben lontana da quella di Sufjan Stevens o di Colin Meloy, con i quali sono frequenti i paragoni da parte dei tanti estimatori della musica di Beirut sparsi per il globo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 agosto 2011 da in recensioni 2011.
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