music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Creatures Of An Hour

STILL CORNERS – Creatures Of An Hour
(Sub Pop, 2011)

Come, esattamente vent’anni fa, aveva battezzato il fenomeno grunge e nel primo decennio del nuovo secolo la riscoperta delle varie declinazioni del folk, così la Sub Pop sembra voler caratterizzare l’inizio dei suoi anni Dieci rivolgendo grande attenzione all’ampia scena sotterranea sparsa ormai in tutto il mondo e astrattamente riconducibile alla rivitalizzazione di sonorità dream-pop tanto diffuse tra anni 80 e 90.
Così, il catalogo della prestigiosa etichetta indipendente non vede più solo i già affermati Beach House, ma si arricchisce anche di proposte tra quelle più chiacchierate provenienti direttamente dalla blogosfera “specializzata”; è stato da pochissimo il caso del duo canadese Memoryhouse, ed è ora quello del primo album di un quartetto londinese accreditato delle stimmate della predestinazione già dopo l’Ep autoprodotto del 2008 “Remember Pepper?” e ancor di più dopo i recenti singoli, alcuni dei quali offerti in download gratuito tramite l’immancabile pagina Bandcamp.

Il debutto sulla lunga distanza del progetto scaturito dall’ispirazione di Greg Hughes (autore di tutti i brani) e fortemente caratterizzata dalla voce della cantante Tessa Murray, mantiene appieno le promesse e le aspettative che l’hanno anticipato. “Creatures Of An Hour” è infatti un lavoro conciso (appena trentadue minuti), le cui dieci canzoni risultano avviluppate da una fascinosa foschia violetta, che sa di vecchio dream-pop, di reminiscenze oscure e atmosfere misteriose, ma anche di dolcezze melodiche, visioni celestiali e di un tocco cinematografico, le cui vibrazioni sono esplicitamente richiamate quali fonti di ispirazione dal leader della band. Hughes racconta infatti di essere particolarmente attratto dal cinema della Nouvelle Vague e da quello horror italiano e di provare a concentrarne le suggestioni in musica; in effetti i suoi brani si muovono sul crinale tra sogno e incubo, tra il caos del desiderio e i languori della disillusione.

Non a caso, nei testi – a loro volta abbastanza scarni – accanto a numerosi riferimenti atmosferico-stagionali, ricorrono frequenti immagini di distanza e di caduta, di luci e ombre, in perfetto stile dream-pop (“Some things come and go/ Makes you stop and sigh/ Everyone, every where/ ever wonder why?” o “Waves of light/ Dark and light/ Colour of the water”). Del resto, l’ideale manifesto degli Still Corners viene già riassunto in “Cuckoo”, brano d’apertura e singolo più recente, i cui battiti dark-wave e le ambientazioni dreamy supportano i primi sospiri della Murray (“Stuck in a time machine/ That was just a dream/ Just fall down”), sirena che col suo canto delicato e sensuale completa alla perfezione evanescenti stratificazioni di chitarre o tastiere. Sono queste a costituire il nucleo pulsante del disco, omogeneo ancorché espresso attraverso modalità continuamente cangianti, tanto che non sembra affatto contraddittorio affermare che la caratteristica principale di “Creatures Of An Hour” sia proprio un’inafferrabile assenza di definizione, tanto delle sue possibili ascendenze quanto dei contorni delle immagini evocate.

In rapida sequenza, si passa infatti dallo stralunato interludio a base di tastiere e riverberi “Circulars” agli asciutti loop ritmici e alle miniature gotiche della sognante “Endless Summer” (deliziosa popsong il cui finale si inarca in torsioni spettrali degne dei Piano Magic), dall’oscura densità di “Into The Trees” alla levità eterea di “The White Season” e “I Wrote In Blood”, accoppiata che svela frequenze interstellari e seduzioni da pop francese, veicolate dal cantato estatico di Tessa Murray, vero valore aggiunto della band.
In particolare la seconda metà del disco evidenzia sfumature più oscure e sfuggenti, che espandono i vellutati arpeggi di “Demons” e instillano una tensione latente in “Velveteen” e in “Submarine”: la prima getta un ponte sospeso su avvolgenti vapori tra Cocteau Twins e primi My Bloody Valentine, mentre il brano conclusivo è quello più dark del lotto, contrassegnato da impennate ritmiche tipiche dei Cure delle origini, ma anche da una vena melodica molto vivace.

In definitiva, è proprio la sensibilità pop di fondo a costituire il comune denominatore in grado di riassumere i morbidi abbracci e i più foschi riflessi di “Creatures Of An Hour”, disco che, in coerenza col suo titolo, regala immagini in dissolvenza e sogni ad occhi aperti, il cui pregio risiede anche nella loro stessa fugacità. Da cogliere al volo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 settembre 2011 da in recensioni 2011.
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