music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Hello Friends, Goodbye Friends

WILL SAMSON – Hello Friends, Goodbye Friends
(Home Normal, 2011)

Tra radici personali e significative esperienze di viaggio, la breve biografia di Will Samson contempla quattro dei cinque continenti e non manca di trovare riscontro nella sua espressione musicale. Sangue cileno, indiano e italiano, nato in Inghilterra, cresciuto in Australia e attualmente residente a Berlino, a diciannove anni Samson ha intrapreso un lungo viaggio che l’ha condotto, attraverso l’Europa e l’Asia, a misurarsi con le vette dell’Himalaya; le suggestioni ricavate da quei luoghi lo hanno colpito tanto nel profondo da fargli intitolare alla catena montuosa più alta del mondo il suo primo progetto artistico.

Accantonato l’impegnativo moniker, Samson si ripresenta ora semplicemente sotto il proprio nome con un album di estrema introspezione, che testimonia i sei mesi da lui trascorsi a Berlino, in una condizione di quasi completo isolamento umano e creativo. Quel che ne risulta sono trentotto minuti di musica che si colloca esattamente agli antipodi di qualsiasi forma di appariscenza: lenti, timidi e ovattati, ma anche assai poco autoindulgenti nel loro confrontarsi con i temi della solitudine, dei ricordi e dell’incertezza circa il futuro, i brani di “Hello Friends, Goodbye Friends” svelano un artista che si colloca a metà strada tra dimesso solipsismo cantautorale ed esercizi elettroacustici da cameretta.

A caratterizzare ulteriormente i brani di Samson è il suo peculiare falsetto, quasi sempre poco più che sussurrato e utilizzato in prevalenza in funzione di parlato, piuttosto che di vero e proprio complemento canoro a composizioni nelle quali si avvicendano fragili note pianistiche, esili arpeggi acustici, avvolgenti texture microelettroniche e field recordings.

Fin dalle ondulazioni in overdub, che smuovono la delicata melodia acustica di “My Broken Mirror”, e dalle irregolarità elettroniche di “Panda Bears”, l’album appare animato dall’intento di coniugare la dilatata espressività di Peter Broderick e le screziature folktroniche di un Benoît Pioulard al rallentatore. Tra pulsazioni sfumate e cadenze estremamente rade (“Meet Me At Home”, “Violins And Polaroids”), i brani mettono in luce una sincerità introspettiva a tratti assai dura (“it’s hard to be alone when you’re on your own”), mentre la maggiore articolazione melodica di “Find Me In The Ocean” delinea una ballata pianistica prossima allo stile di Antony e “Friends” materializza brumosi movimenti sigurrosiani, resi ancor più narcolettici e piegati a una dimensione minimale. Il tutto viene incorniciato da una costante presenza di suoni d’ambiente, dai meccanismi interni al pianoforte all’eco di passi in una stanza vuota, che, insieme alla qualità delle registrazioni – realizzate attraverso un semplice otto tracce, restituiscono compiutamente la sensazione della modalità di “presa diretta” nella quale il lavoro è stato realizzato.

Il complessivo carattere meditativo di “Hello Friends, Goodbye Friends” lo rende un’opera tanto personale da poter presentare qualche difficoltà di comprensione, anche in ragione della sostanziale assenza di un songwriting vero e proprio; sarà tuttavia sufficiente un po’ di quell’attenzione oggi sempre più rara nella fruizione della musica, per riconoscere a Samson la sensibilità e la delicatezza espressiva che rendono questa sua nuova veste artistica suscettibile di essere ulteriormente sviluppata nella direzione di un narcolettico cantautorato ambient-folk.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 novembre 2011 da in recensioni 2011.
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