MILAN W.
Leave Another Day
(Stroom, 2024)

Da convinto praticante dell’epicureo “lathe biosas”, ho sempre trascurato la presenza e l’interazione sui social, limitandola a pochi strumenti e a minime interazione. Eppure, avendo la fortuna di avere pochi contatti e punti di riferimento su quei lidi, è stato proprio grazie a una segnalazione social di Glen Johnson che mi sono imbattuto in Milan Warmoeskerken, musicista belga attivo da oltre un decennio, che sul finire dello scorso anno ha pubblicato il suo sesto lavoro “Leave Another Day”.

Nulla sapevo di Milan W. (come più semplicemente si fa chiamare), ma la sintesi del disco da parte di Johnson come sfuggente alle definizioni di genere non poteva passare inosservata, così mi avvicino all’ascolto senza ulteriori premesse né informazioni, a scatola chiusa come si faceva una volta. In effetti, sono sufficienti le prime note per realizzare di essere di fronte a un lavoro davvero particolare, elusivo di definizioni e contesti temporali. Gli arpeggi e le ambientazioni vagamente tenebrose dell’iniziale “I Wait” dischiudono subito la bellezza decadente e atemporale condensata nelle ampie volute armoniche e nell’eterea malinconia del cantato dell’artista belga. La sommessa profondità della sua voce si manifesta poi in maniera ancor più evidente nelle ballate “All The Way” e “The Healing”, che materializzano suggestioni di oscuro romanticismo con un’eleganza davvero fuori dal tempo.

Si tratta tuttavia solo di una delle tante sfaccettature di “Leave Another Day”, che nei suoni e nei testi distilla secondo paradigmi di volta in volta diversi, spesso intrecciati tra loro, i fantasmi di una malinconia tangibile, cristallizzata nell’attesa e nel ricordo di futuri possibili che non si sono concretizzati.

Alle ballate dai toni seppiati sono infatti accostati, senza cesure apparenti, scorci sintetici a tratti percorsi da ruvida inquietudine post-industriale (“Wanda”, “Interlude”), tuttavia in prevalenza metabolizzati (“Face To Face”, “Days In My Arms”) dalla scrittura di Milan e da arrangiamenti che sublimano in raffinato romanticismo il rigore della wave più fredda e spettrale. Come direbbero quelli che si divertono a inventare relazioni impossibili: un po’ come se il compianto Roger Quigley cantasse sulle orchestrazioni dei Japan, affacciato sull’abisso digitale di Anja Plaschg.

Benché in apparenza sembri rivolto soprattutto al passato, “Leave Another Day” è davvero un lavoro che trascende canoni e definizioni di genere, restituendo, nella sua manciata di canzoni confezionate con cura d’artigiano, un senso di nostalgia profonda, a stento sopito dal rumore di fondo della contemporaneità, ma che pochi animi sensibili riescono a percepire e rideclinare, come ha fatto Milan Warmoeskerken, con limpida e ispiratissima empatia.

PS: uno dei dischi più coinvolgenti del 2024. Non è mai troppo tardi per scoprirlo, con buona pace delle infinite classifiche e playlist.

https://www.facebook.com/milanwmusic/

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