music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Dieu Deuil

TANAKH – Dieu Deuil
(Alien8 Recordings, 2004)

Non mi sono mai annoverato tra coloro che negli ultimi anni hanno ritenuto indispensabile una via d’uscita dagli sperimentalismi e dai presunti eccessi intellettualistici di certo “post-rock”, forse perché l’uso di quella definizione, frettoloso, semplicistico e potenzialmente onnicomprensivo, non mi è mai andato del tutto a genio. Non si può tuttavia negare che da qualche tempo a questa parte si sia verificato un certo riflusso rispetto alle osticità d’ascolto originaria, spesso ad opera degli stessi soggetti originariamente più “estremi” o di altri che ne hanno seguito la strada, consci tuttavia dell’angustia di quel percorso e del concreto rischio di finire in un vicolo cieco.

Particolare attenzione destano quindi le soluzioni di questa intricata matassa musicale ad opera di gruppi e singoli afferenti a quella scena canadese (coagulatasi intorno alle etichette Constellation e Alien8), caratterizzatasi per varietà, prolificità e coraggio espressivo. In tale direzione di apertura sembrano infatti andare la recente svolta della Constellation verso suoni “altri” rispetto a quelli che l’avevano originariamente caratterizzata e l’uscita, per la Alien8, di “Dieu Deuil”, secondo album per il collettivo Tanakh, ora stabilitosi a Firenze, che, abbandonati taluni eccessi claustrofobici del primo lavoro (non a caso intitolato “Villa Claustrofobia”), ripresenta con un disco più accessibile, la propria personale soluzione stilistica alle intricate trame “post”.

Il mutamento di prospettiva è già evidente nell’iniziale, imperdibile “November tree” (brano che da solo varrebbe l’acquisto dell’album): una ballatona bucolica e romantica che riecheggia un po’ gli ultimi Mojave 3, la cui impronta è ravvisabile, anche se in maniera decisamente meno “lieve”, in quasi tutti i brani cantati dell’album (cinque su otto), che si snoda poi tra il ritmo latineggiante di “Exegesis”, il tono elegiaco di “Lady Eucharist” e il gusto acidamente vintage della conclusiva “Lock the door when you leave”. L’intero lavoro sembra però indicare in genere un recupero di suoni più tradizionali che richiamano alla mente i ritmi da orchestrina dei vecchi Drunk o piuttosto certi passaggi dei Calexico (seppure meno aridi), mentre costante appare il riferimento alla classica psichedelia West Coast degli anni 60-70.

Descritto in questi termini, allora, sembrerebbe un lavoro quasi passatista, che si rifugia in territori già esplorati per non rischiare di perdere la via; ma così non è, in quanto ciò che sorprende in “Dieu Deuil” è la capacità di mediare con i citati riferimenti uno spirito sperimentale che si affaccia, in maniera diversa, soprattutto nei tre episodi strumentali dell’album e ne connota tutti i brani di quella cupezza vagamente apocalittica, comune a molte produzioni canadesi. Non sembri allora azzardato affermare che Tanakh svolgano quanto indicato e intenzionalmente lasciato ermetico e involuto da gruppi quali Godspeed You! Black Emperor e affini, dai quali la distanza concettuale è di gran lunga inferiore a quella strettamente musicale.

In definitiva, lungi dal gridare al capolavoro, ci si trova di fronte all’opera di un gruppo di musicisti che, con impegno, sensibilità e capacità, offrono al problema di fondo una soluzione interessante e originale, che non si può pretendere di elevare a indicazione paradigmatica universalmente valida. E il risultato è questo “Dieu Deuil”, album certamente meritevole di ascolto e conoscenza, capace di incontrare i favori dei seguaci della scena sperimentale canadese, come anche degli amanti del neocantautorato americano e persino dei nostalgici della vecchia folk-psichedelia.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2004 da in recensioni 2004.
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