music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Quiet City

PAN AMERICAN – Quiet City
(Kranky, 2004)

Il paesaggio delle luci di una città al crepuscolo, osservato dal finestrino di un treno in movimento da un viaggiatore senza volto – probabilmente un pendolare esausto al termine di una giornata di lavoro – che con placidità riflette sul proprio tempo e sulla propria vita, attraversando “non-luoghi” con il solo sottofondo del suono iterativo del treno sulle rotaie. A fare da colonna sonora a questa situazione di solitudine introspettiva niente sembra più adatto di “Quiet City” (titolo perfettamente rispondente al contenuto dell’album), quarto lavoro di Mark Nelson, aka Pan American, corredato da una versione Dvd la cui prima traccia, come anche la confezione, evoca proprio qualcosa di molto simile alla condizione descritta.

Certo, chi segue Mark Nelson fin dai tempi dei Labradford ne conosce bene la vocazione cinematica, la tendenza all’isolazionismo sonoro e la capacità di cercare e descrivere le piccole cose del mondo e dell’anima. Chi lo ama giudicherà con favore l’evoluzione solista compiuta negli ultimi anni, che in quest’album ne realizza pienamente la maturità artistica; chi ha sempre trovato troppo lente e cerebrali le sue composizioni dai toni sfumati potrebbe anche affermare di non vedere nulla di nuovo sotto il sole o, meglio, sotto le luci soffuse di una città silente. Ma anche quanti avessero simili pregiudizi non potrebbero fare a meno di riconoscere come in questo “Quiet City” qualcosa sia cambiato rispetto alle fascinazioni dub dell’omonimo esordio e anche rispetto alle considerevoli aperture stilistiche di “360 Business/360 Bypass”.

Innanzitutto, “Quiet City” segna un marcato ritorno all’uso, accanto ai consueti droni ambientali, di strumentazioni tradizionali, grazie anche alla collaborazione di musicisti di diversa estrazione come Charles Kim (Boxhead Ensemble), Tim Mulvenna (Vandermark 5) e David Max Crawford (Wilco): il risultato è un equilibrato mix tra suonato e digitale, nel quale il pallido tepore, che Mark Nelson ha sempre cercato di rendere in musica, è reso ora vivido da una più spiccata componente umana, qui arricchita anche dalla sua stessa voce, sussurrata, sommessa o appena accennata, che impreziosisce le composizioni e richiama già al primo ascolto le sinistre emozioni e le affascinanti suggestioni del magnifico album omonimo di Labradford.

Le otto tracce dell’album (per una durata totale di 45 minuti circa) costituiscono un flusso sonoro lento e nel complesso omogeneo, coerente con la nuova vena compositiva di Nelson, palesata già dall’iniziale “Before”, che cattura l’ascolto con gli elementi essenziali dell’attuale suono Pan American, ovvero chitarra e voce sospesi su un tappeto liquido di droni che qui non rappresentano più l’elemento portante del lavoro, ma solo il suo opaco filo conduttore e il legame con la produzione precedente.

L’effettivo cambiamento di sensibilità risulta poi evidente nei brani nei quali il suono dell’album si presenta più completo e articolato, soprattutto grazie alla presenza di percussioni e fiati ad arricchire le chitarre riverberate o filtrate dall’elettronica, come nel caso della visionaria “Het Volk” (che riporta ai suoni di Badalamenti, al quale spesso i Labradford sono stati accostati) e di “Skylight”, brano dalle frequenze e dai toni insolitamente elevati. “Wing” è invece l’unico brano che si colloca in netta antitesi con quanto detto sin qui: nove minuti di sibilo elettronico monocorde e persistente, sul quale solo a tratti sembrano stratificarsi elementi più strutturati, destinati però presto a scomparire in un suono iterativo, quasi privo di movimenti.

L’essenza del lavoro rimane però pur sempre ambientale e di spiccata ispirazione cinematografica (evidente in “Inside Elevation”, “Lights On Water” e nella conclusiva “Lights Of Little Town”), composta com’è in prevalenza da episodi dilatati e ipnotici, descrittivi di anonimi spazi in penombra o asettici interni – come quelli rappresentati nelle versioni video – di fronte ai quali porsi in solitudine meditativa. La differenza fondamentale rispetto agli album precedenti è allora da ricercarsi, più ancora che nella strumentazione, nell’approccio, ora più caldo e avvolgente, ma pur sempre incline a emozioni contenute e a una sottile malinconia, nella quale, in fondo, sembra confortevole rifugiarsi una volta che le luci diventano fioche e i rumori della città vanno pian piano acquietandosi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2004 da in recensioni 2004.
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