music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

In The Evenings Of Regret

GRACE CATHEDRAL PARK – In The Evenings Of Regret
(La Verdad, 2004)

Nell’ambito dell’ingente mole di musica strumentale che, prodotta nell’ultimo decennio, è stata spesso riassunta nella definizione “post-rock”, si possono ormai operare alcune più precise distinzioni di fondo, tra gli sperimentalismi cervellotici, le avventure ambientali ed elettroniche e il perdurante utilizzo di strumentazioni rock “canoniche”, magari integrate, in chiave romantica, da pianoforte o archi. Quest’ultima categoria, che affonda, a ben vedere, le proprie radici in importanti riferimenti anni 60-70, è risultata nel tempo minoritaria, a causa sia del limitato margine di manovra concettuale alla sua base, sia della presunta minore innovatività che recava con sé.
Così, era un po’ di tempo, stante il sostanziale silenzio della scena d’oltreoceano (di quella canadese in particolare) e le ultime non eccelse prove fornite da molti degli esponenti europei del genere, che gli amanti delle lunghe suite romantiche di rock orchestrale, avevano ben poco da gioire, mancando effettivamente un album in grado di soddisfare in pieno l’ascolto di chi ama farsi cullare da quel tipo di suoni carezzevoli e dilatati (ma, ciononostante, decisamente “rock”), di fronte ai quali estraniarsi dal mondo per immergersi soltanto nella propria anima.
Ebbene, quanti hanno sentito la mancanza di un simile album, capace di catalizzare orecchie, cuore e cervello, non potrà certo fare a meno di “In The Evenings Of Regret”, opera d’esordio per Grace Cathedral Park, formazione della quale ben poco è dato sapere, se non che incide per la misconosciuta etichetta La Verdad e trae il proprio nome da un brano dei Red House Painters. Ma, nonostante la chiara ispirazione onomastica, le affinità con il gruppo di Mark Kozelek sono ben poche – a parte forse l’atmosfera romantica e intimista del lavoro – poiché il suono richiama qui alla mente piuttosto i migliori Mogwai , i passaggi più orchestrali e romantici di Godspeed You! Black Emperor e, a tratti, le atmosfere sospese e sognanti create, oltre dieci anni orsono, dai primi Slowdive.
Per innamorarmi dei Grace Cathedral Park, ancor prima di conoscere l’album, è stato sufficiente imbattermi, quasi per caso, nel brano di apertura (e unico dalla durata contenuta: cinque minuti circa) “Play Delicate, Desire Quiet”, le cui armonie d’archi accarezzano già al primo ascolto corde profonde dell’anima e il cui ritmo compassato e apparentemente fragile entra con facilità in sintonia con quello vitale del cuore, riscaldandolo e sciogliendone le emozioni.
Conferma della prima impressione istintiva è poi giunta dalla conoscenza di tutto il lavoro (sei tracce interamente strumentali, per oltre 70 intensissimi minuti), caratterizzato da brani molto lunghi, tutti costruiti con grande rigore su archi, batteria e chitarre languide, che solo a tratti diventano più robuste, impennandosi in controllate distorsioni (come in “It’s All Well Above Wonder Any Way” e “Settling For The Broken In The Things Never Forgotten”), che tuttavia non giungono mai alle deflagrazioni sonore proprie di Godspeed You! Black Emperor, Mono o Explosions In The Sky.

Ma l’abilità compositiva, che mantiene “In The Evenings Of Regret” ben lungi dall’essere un album di maniera, è evidente proprio nel suo snodarsi non attraverso improvvisi e impetuosi crescendo, quanto piuttosto attraverso una vorticosa e ipnotica altalena di accelerazioni e decelerazioni di ritmi e toni, che ne fanno un complesso omogeneo e coeso. Sul complessivo minimalismo musicale e concettuale spicca solo l’arricchimento strumentale costituito dall’armonica che impreziosisce e rende ancor più malinconica “Is It The Hurt You’re Drowning In”; ma si tratta solo di un episodio, perché il resto dell’album fluisce agilmente tra melodie languide e romantiche, al tempo stesso ipnotiche e capaci di scaldare il cuore, senza appesantire l’ascolto, nonostante la lunghezza (ma non prolissità) delle composizioni che si susseguono gradevolmente fino agli oltre venti minuti della conclusiva, struggente “Latter Day Love Affairs And Everything Else You Would Hope To Forget”.

Forse l’ascolto di questi Grace Cathedral Park non costituisce alcunché di “nuovo” rispetto a qualcosa di già sentito, ma se – come scriveva Nick Hornby – le suggestioni originate dalla musica accompagnano sempre i momenti positivi e negativi della vita, e se la musica è ancora in grado di commuovere e dare la pelle d’oca, allora “In The Evenings Of Regret” è senza dubbio l’album ideale per chi, anche al di là delle fredde analisi stilistiche, ricerca in un disco la colonna sonora di un periodo della propria vita o vuole semplicemente fermarsi a contemplare il flusso dei pensieri e delle emozioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 dicembre 2004 da in recensioni 2004.
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