music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Second Storey

ART OF FIGHTING – Second Storey
(Trifekta, 2004)

Gli australiani Art Of Fighting sono una vera e propria band di culto, non ancora assurta al meritato successo (nemmeno di critica), forse anche per la loro pervicace marginalità dai circuiti distributivi principali, avendo pubblicato finora due Ep e due album sulle sole etichette australiane Half A Cow e Trifekta, anche se il precedente album e loro opera migliore, “Wires” (2001), è stato ristampato, con quasi un paio d’anni di ritardo sulla sua effettiva pubblicazione, dalla statunitense 3 Beads Of Sweat. Così, anche questo “Second Storey” – in attesa e nella speranza di una sua più diffusa distribuzione – è per il momento reperibile esclusivamente d’importazione diretta.

Eppure, la conoscenza e l’ascolto delle produzioni del gruppo di Melbourne lasciano tuttora inspiegata la sua permanenza nei soli ambiti underground , sia perché il suono della band risulta, già al primo impatto, accessibile e accattivante, sia per le ripetute collaborazioni, su disco e in tour, del batterista Marty Brown con i più celebri e celebrati conterranei Sodastream, dei quali gli Art Of Fighting condividono un certo lirismo, seppure calato in un contesto più spiccatamente rock. Fin dagli esordi, infatti, gli Art of Fighting si sono contraddistinti per l’equilibrato bilanciamento tra composizioni in forma canzone, vicine al pop-rock chitarristico di matrice tipicamente britannica, accenni di slow-core ed elementi sonici non alieni da qualche deriva verso un moderato rumorismo.

Temperata negli anni una certa “pesantezza” compositiva, e abbandonate in “Wires” alcune esplosioni soniche post-punk/rock, in questo “Second Storey” (così come nell’ottimo Ep “Along The Run” che lo ha preceduto), risulta particolarmente accentuato l’aspetto lirico della band, ormai capace di racchiudere in un album 10 vere e proprie pop song, quasi tutte “radiofoniche”, seppure costruite e interpretate secondo canoni tra loro diversi e in uno stile peculiare e non sempre ortodosso. Sembra che, ormai a metà degli anni 2000, un gruppo dell’emisfero opposto abbia raccolto (arricchendola di un songwriting accurato e distintivo) la summa di molto di quanto realizzato in Inghilterra dal miglior pop-rock degli ultimi decenni, a partire dagli anni 80 degli Smiths, fino al periodo d’oro della Sarah Records e di alcune uscite Creation e 4AD. Proprio a una produzione di quest’ultima – i troppo poco decantati Pale Saints di Ian Masters – ricorre il riferimento forse più attinente, soprattutto quanto all’atmosfera che gli Art Of Fighting sanno creare, sia dal punto di vista musicale che vocale, data l’alternanza del cantato maschile e femminile.

Tutti gli elementi del nuovo suono degli Art Of Fighting sono evidenti già nella iniziale “Along The Run”, che tra i suoi versi lascia intravedere il latente tormento caratteristico di tutte le produzioni della band, reso però più lieve da un approccio compositivo lineare e disincantato (non lontano da quello dei REM fino a “Out Of Time”) che, con evidenti contaminazioni della classica new wave , la fanno sembrare l’ideale pop song che i primi Radiohead non hanno mai composto. La leggerezza che permea il suono di quest’album è poi confermata da altri brani molto “British” come “Your Easy Part”, “Busted, Broken, Forgotten”, “Come Down & Show Me”, tutti placidi acquerelli caratterizzati dai limpidi colori australi, ma largamente reminiscenti di quelli creati nell’umido grigiore britannico da band come i La’s o, più di recente, i Clientele.

In altre tracce, la tensione è maggiore e il gruppo mantiene qualcuno degli elementi più aspri che lo hanno caratterizzato agli esordi: è il caso del lento crescendo di “Break For Me”, di quello più vorticoso di “Real Time”, ma soprattutto di “Two Rivers”, il cui incedere romantico e sonnolento viene improvvisamente squarciato da una vigorosa distorsione chitarristica (l’unica tale in questo lavoro), prima che la quiete torni dopo la tempesta. Ma il meglio dell’album arriva dal lirismo della finale “Heart Song”, piccolo mantra da accendino (!), lieve e intenso come una ballata di Jeff Buckley, e dall’immediatezza sonora di “Sing Song”, brano dai ritmi superiori al resto del lavoro, perfetto esempio di composizione “epica” concentrata in una pop song di quattro minuti, dotata di un andamento e un giro di basso che pare davvero scritto da Ian Masters per i Pale Saints di “In Ribbons”.

Se insomma in ambito “rock” o “wave” la forma-canzone – ottimamente riaffermatasi in recenti produzioni folk, country e persino “post” – vivacchia ormai tra tentazioni mainstream e una ripetitività scarsamente qualitativa, gli Art Of Fighting sono ancora capaci di proporne una rivisitazione ariosa, leggera ma senza compromessi, certamente radicata nel glorioso passato del pop d’oltremanica, ma rivitalizzato da una sensibilità che produce un risultato distintivo e senza dubbio di piacevole ascolto.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 24 dicembre 2004 da in recensioni 2004.
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