music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Hapless

FLOWERS FROM THE MAN WHO SHOT YOUR COUSIN – Hapless
(Waterhouse, 2006)

Proviene dalla Francia una delle più gradite rivelazioni dell’anno in quell’ambito sterminato e pullulante di produzioni che è attualmente il folk cantautorale. È la neonata etichetta Waterhouse a tenere a battesimo il debutto solista di un autore sensibile ed essenziale, sotto un moniker chilometrico e improbabile, tratto a quanto pare da una vecchia canzone di Earl T. Wilson. E davvero quello onomastico sembra l’unico elemento sopra le righe, capace di richiamare l’attenzione sulle tredici brevi tracce di delicato folk acustico comprese in “Hapless”, nelle quali il cantante e chitarrista Morgan Caris, intestatario in prima persona del progetto Flowers From The Man Who Shot Your Cousin, è affiancato da preziosi collaboratori che arricchiscono il suo scarno songwriting di lieve movimento (il basso di Erwan Broussine), aggraziate melodie (i backing vocals di Vanina Leschi) e soprattutto toccante romanticismo (la viola di Catherine Maroleu).

La formula musicale di Caris è estremamente semplice: la sua interpretazione del folk acustico e intimista non si fonda certo sulla necessità “estetica” di rielaborare un genere o tradurne i caratteri, eppure dai brani raccolti in quest’album traspare una personalissima ed elegante espressione cantautorale, tutta incentrata su testi introspettivi e melodie cristalline, riconducibili tanto ai grandi “classici” del genere (da Nick Drake a Will Oldham) quanto alle delicate tessiture di chamber-folk-pop in miniatura di una band come i Sodastream. Ed è proprio al duo australiano che corre veloce il pensiero all’ascolto della musica prodotta da Caris, della sua voce suadente e degli arrangiamenti di sola chitarra e viola, nonché della placida serenità con la quale i suoi brani affrontano con lieve vena malinconica un’introspezione profonda ma pacata, incentrata in prevalenza su solitarie riflessioni aventi ad oggetto tematiche sentimentali.
Nell’illustrare questi argomenti, il giovane francese mantiene sempre uno spirito leggero, quasi disincantato, persino quando narra, non senza sottile ironia, la fine di un amore (“Why do you come around my door? I do not love you anymore”) e il conseguente abbandono all’apatia (“I don’t laugh and I don’t smile. I don’t leave the past behind. I don’t like who I am. I don’t take the helping hand”).

In quasi tutti i suoi brani si avverte una notevole fluidità compositiva e una sopraffina essenzialità acustica, ancor più melodica ma tuttavia paragonabile a quella di Iron & Wine, sia laddove l’approccio armonico si fa appena più deciso (“I Do Not Love You Anymore”, “Childhood”, quest’ultima con la viola a fornire il ritmo), sia nelle lente ballate campestri il cui limpido isolamento resta pur sempre offuscato da una latente infelicità (“Happy Things”, “River Song”, “Saddled Up”). Quella di Caris diventa poi davvero la poetica delle “piccole cose di ottimo gusto” quando disegna un vero e proprio elogio della solitudine tra chitarrina, voce e controcanto femminile (“Girls”, “Postcards From A River”) e soprattutto quando affronta ancora con discrezione il tema amoroso in quel lucente gioiellino che è “Lay Down Your Arms” – senza dubbio una delle vette del lavoro – che unisce l’afflato classicheggiante dell’arrangiamento di viola a caldi tocchi acustici degni di un José González e a un’interpretazione trasognata, di una dolcezza tale da rimandare alle migliori ballate dei Mojave 3 cantate da Neil Halstead.

Al di là degli scontati accostamenti artistici, i brani di “Hapless”, con i loro paesaggi bucolici dai toni sfumati e le loro genuine storie d’amore, nostalgie e abbandoni rappresentano un affresco autentico dei sentimenti umani; non inclinano ad alcuna estetica depressiva né risparmiano le debolezze del rifugio nella solitudine e nella fuga dal mondo, come avviene nelle tracce conclusive, nelle quali Caris prima cita quasi esplicitamente il Nick Drake più quieto e visionario, nella splendida “Postcards From A River”, e poi si lascia poi andare alle cullanti ballate poco più che sussurrate “Mouldings” e “Running Dry”. È quest’ultima a congedare il lavoro con una parvenza ritmica appena pronunciata e soffici note acustiche tra le quali va a scolorare, smentito dalla frase finale “this loneliness has got me near running dry”, l’isolazionismo mesto e auto-indulgente di molti brani precedenti.

“Hapless” non è certo un disco che può destare facile impressione per le sue caratteristiche formali: se ci si accosta ad esso pretendendo chissà quale sconvolgente innovazione si può rischiare di restare delusi, finendo per ravvisarvi forse soltanto qualche bella melodia, ma se ci si abbandona appena un poco ai sommessi acquarelli sonori di Caris, permeati da un costante chiaroscuro emotivo e dall’infinita grazia degli arrangiamenti e dei cori, si può giungere alla conclusione di essere in presenza di un’opera densa non solo di delicata emozionalità, ma anche di qualità cantautorali certamente superori alla media.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2006 da in recensioni 2006.
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