music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Espers II

ESPERS – Espers II
(Drag City, 2006)

Sono trascorsi oltre due anni da quando la band di Greg Weeks si è sorprendentemente proposta sulla scena alt-folk con la sua trasognata miscela di psichedelia dal sapore antico e dolcezze acustiche inframezzate a sferzate elettriche. Tra l’omonimo debutto e questo suo altrettanto omonimo seguito, l’originario trio si è nel frattempo trasformato in uno stabile sestetto e, dopo aver confezionato un’incantevole gemma nell’album dello scorso anno “The Weed Tree” – composto di quasi sole cover – contrassegna il suo passaggio all’etichetta Drag City con un lavoro complesso, che non si limita a indulgere alla lieve grazia melodica dell’opera precedente, indirizzando piuttosto l’espressione artistica della band verso oscuri territori progressivi, peraltro già in parte intravedibili nell’ultima prova solista di Weeks (“Blood Is Trouble”).

I ben collaudati connotati di fatata malinconia della musica degli Espers si riscontrano da subito nella nenia bucolica di “Dead Queen”, soffice ballata che rimanda ai giardini incantati del primo album e di “The Weed Tree”, tra chitarrina acustica e zufoli che rievocano una psichedelia d’altri tempi: ma la polverosa veste psichedelica che ammanta il brano si fa via via più contorta lungo i suoi oltre otto minuti di durata, sospesi tra accenti di folk antico e stranianti pennellate di un organo goticheggiante. La rinnovata attitudine “acida” della band, già evidente nel brano iniziale, benché temperata dai cristallini arpeggi acustici e dalla voce eterea di Meg Baird, si fa ancor più marcata nella successiva “Widow’s Weed”, ove disegna fondali inquietanti sui quali si muove con lenta precisione l’ingranaggio di pochi accordi di chitarra e delicati sfioramenti d’archi, prima dell’esplosione elettrica di un finale dalle profonde tinte progressive.

Su una falsariga non dissimile si attestano anche le tracce restanti del lavoro, tanto equilibrate quanto incerte tra rimandi al più classico e limpido folk britannico (“Cruel Storm”, la prima parte di “Children Of Stone”) e tentazioni psych-prog il cui intento mistico e vagamente ritualista finisce spesso per appesantire melodie leggiadre con una certa prolissità nonché sovrabbondanza di elementi, come nel caso della seconda metà di “Children Of Stone”, nella quale l’evocatività vocale viene alla fine sovrastata da un incremento ritmico dalla struttura modernamente complessa, ma dalle sembianze sonore alquanto risalenti. In maniera analoga, anche la ballata relativamente più lineare e cullante del lavoro, “Mansfield And Cyclops”, si dipana prima in un caleidoscopio di suoni e fascinazioni vintage per poi ripercorrere lo schema del progressivo crescendo acido, che rimanda ancora alla psichedelia degli anni 70.

A fugare ogni dubbio sulle derive acid-folk ormai intraprese dagli Espers è il raffronto tra la versione di “Dead King” compresa, quale unico brano originale, in “The Weed Tree” e quella qui ripresa e dilatata dagli originari quattro fino a otto minuti, nel corso dei quali viene posto con forza l’accento su prolungate reiterazioni organiche, archi stridenti e grovigli strumentali freak in libertà. Copiosi innesti di ulteriore acidità elettrica caratterizzano infine anche “Moon Occults The Sun”, nella cui parte iniziale la voce di Weeks valorizza sobriamente una scarna partitura acustica, prima della fosca impennata della sezione centrale del brano, che perpetua anche qui quell’oscura aura di mistero che circonda a bella posta gran parte del lavoro.

“Espers II”, come dimostra il suo stesso titolo, sembra segnare davvero un nuovo inizio nella parabola artistica della band, che nella nuova formazione mantiene inalterate e anzi affina le già dimostrate capacità di dar luogo a una formula musicale senza dubbio fuori dal tempo. Sono tuttavia le tentazioni psych-folk, che in questo lavoro trovano libero sfogo in un intricato ordito strumentale e in costruzioni armoniche fin troppo insistite, a destare qualche perplessità circa l’efficacia di un’espressione pur accattivante, ma in definitiva eccessivamente appiattita su un’accuratezza formale che sfocia a tratti in mera emulazione di modelli vecchi di trent’anni, rischiando di perdere di vista il sottile confine tra estemporaneità e anacronismo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 4 dicembre 2006 da in recensioni 2006.
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