music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Starless & Bible Black

STARLESS & BIBLE BLACK – Starless & Bible Black
(Locust, 2006)

Anche in musica spesso le apparenze ingannano, così come nomi e definizioni. È il caso di questa band inglese chiamata Starless & Bible Black, che peraltro tiene a puntualizzare come il suo nome non derivi dal celeberrimo brano dei King Crimson ma da una composizione del pianista Stan Tracey, a sua volta ispirata a un verso di Dylan Thomas. Più pertinenti indizi circa le coordinate musicali di riferimento di questo quintetto originario di Manchester possono invece cogliersi avendo riguardo all’etichetta che ne tiene a battesimo il debutto discografico, ovvero quella Locust Music già segnalatasi sulla scena alt-folk per aver dato alle stampe le prime opere degli Espers.

Tuttavia, laddove la band di Greg Weeks si è di recente ulteriormente spinta in territori di folk acido dai contorni antichi, Starless & Bible Black pongono l’accento sulla melodia e su una formula artistica tanto semplice quanto varia, che pur non disdegnando moderati accenni psych-folk , ne dissolve le potenziali esasperazioni in un contesto spiccatamente cantautorale. La ricchezza delle ampie e variopinte soluzioni strumentali proposte dalla band – ora caratterizzate soltanto da scarni suoni di chitarra acustica, ora comprensive di banjo, dulcimer, theremin – riesce a fondere recupero del folk tradizionale britannico e moderno songwriting in un lavoro agile e coeso che, attraverso i suoi contorni mutanti, riesce a fornire una declinazione quanto mai vivace dell’alt-folk contemporaneo.

Lo si capisce subito dall’andamento disinvolto dell’iniziale “Everyday And Everynight”, composizione leggiadra sospesa tra accattivanti rimandi agli ultimi Grizzly Bear, inserti elettrici e tocchi di banjo. Eppure, nonostante Starless & Bible Black dimostrino di trovarsi a loro agio in brani che carezzano con sapienza un’espressione non aliena da connotati pop – che a tratti sembrano richiamare persino i Mojave 3 – l’essenza della loro musica dimostra radici sostanzialmente folk, di volta in volta arricchite di elementi o rielaborate secondo un gusto sempre attento alla cura dei particolari, all’innesto di esili suoni che rendono questo loro debutto elegante e mai prevedibile. Ampia dimostrazione di ciò è riscontrabile al solo scorrere delle tante ballate incantate comprese nell‘album, che alternano essenzialità acustiche e abbondanza di bozzetti sonori ora bucolici ora moderatamente acidi. Così, mentre “Sirene” si dipana semplicemente tra poche note di chitarra e un ammaliante cantato che intreccia inglese e francese, la altrettanto scarna veste sonora di “Time Is For Leaving” assume eterea evocatività grazie allo splendido complemento della voce di Helene Gautier e ai flutti elettrici di sottofondo, che conferiscono al brano sembianze oblique, senza con ciò sfociare in contorte derive psych. Sono invece cori leggiadri e accenni di flauto ad aggiungere movimento trasognato a “Tredog”, così come echi country anni 70 accompagnano la sbarazzina “Hermione”, che insieme a quello iniziale resta uno degli episodi più solari e ritmati del lavoro.

Altrove, è invece una sottile coltre psichedelica a giustificare i riferimenti agli Espers, come in “The Birley Tree”, che alterna quieti passaggi acustici a note d’organo e crescendo elettrificati, pure adeguatamente bilanciati dalla lieve e ipnotica iterazione vocale, o negli oltre sei minuti di “B.B.” – il brano forse maggiormente debitore nei confronti di classici come Fariport Convention o Pentangle – nel cui finale convivono, in un registro mai “pesante”, soffusi toni jazzati, tinte psych e folk dal sapore antico. La parte conclusiva del lavoro vede ancora la band esercitarsi con forme espressive diverse: prima la ballata di soffuso intimismo cantautorale “Allsight”, nella quale effetti utilizzati con la consueta discrezione ammantano di atmosfere notturne la voce della Gautier, qui addirittura prossima alla fascinosa profondità di Hope Sandoval, poi lo strumentale “Untitled Cantiga”, che tra zufoli e chitarre cristalline disegna cullanti melodie, restituendo sinistra luminosità a passaggi bucolici di una psichedelia lieve e mai involuta su se stessa. Infine, prima di scivolare nei dolci toni country della conclusiva “016-013”, l’album raggiunge il suo vertice drammatico nell’avvolgente ballata “alcolica” “The Bitter Cup”, costruita su pochi accordi ripetuti circolarmente in un crescendo di intensità, supportato ancora una volta dall’interpretazione espressiva e vagamente teatrale dell’ottima Helene Gautier.

Ed è proprio la rivelazione delle doti di questa cantante, unita all’abilità della band nel dar luogo a un suono semplice eppure traboccante di soluzioni strumentali a volte misuratamente stranianti, a rendere il debutto di Starless & Bible Black una delle più valide tra le recenti opere del genere, forse non dotata del potenziale suggestivo dei primi Espers ma nondimeno capace di tradurre con ammirevole freschezza l‘eredità della migliore tradizione folk britannica.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2006 da in recensioni 2006.
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