music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Songs For Christmas

SUFJAN STEVENS – Songs For Christmas
(Asthmatic Kitty, 2006)

Esiste un autore più “natalizio” di Sufjan Stevens? Probabilmente no, se la sua attenzione per tematiche religiose si somma ai suoi arrangiamenti che, tra campanellini e altri suoni festosi, hanno spesso evocato anche fuori contesto gioiose atmosfere natalizie (cfr. ad esempio i coretti della versione di “Chicago“ compresa in “Illinois“). Del resto, è risaputo come il nostro, fin da quando ha intrapreso seriamente la sua carriera artistica, sia solito confezionare, nell’imminenza delle festività di fine anno, un mini album interamente composto da brani — originali o rielaborazioni di tradizionali — dedicati al Natale e realizzato in maniera estemporanea, nel volgere di pochi giorni, con il contributo di diversi musicisti ma anche di amici e coinquilini occasionali. Poiché questi mini album erano rimasti quasi sempre in una condizione di semi-clandestinità rispetto alle uscite ufficiali, Sufjan ha pensato bene di unire all’edizione 2006 delle sue “Songs For Christmas” la ristampa ufficiale delle precedenti, raccogliendole tutte in un corposo box, con annessi adesivi, spartiti, testi, fumetti, fotografie, oltre a un video e un booklet di 42 pagine contenente un saggio originale del romanziere americano Ricky Moody, nonché due saggi e un racconto che lo vedono cimentarsi anche nella scrittura.

Al di là dei pur succulenti extra, il cofanetto è un’ottima occasione per ripercorrere l’attività di un artista che, pure in questa veste “tematica”, non cessa di impressionare per la sua versatilità e anche per cercare di intravederne i percorsi futuri, tenendo conto che gli ultimi due volumi di questa raccolta di ben quarantadue brani costituiscono le uniche produzioni effettive successive a “Illinois”.

L’iniziale carattere domestico di questi mini album risulta evidente nei primi due volumi, “Noel” e “Hark!”, nei quali si percepisce l’immediatezza compositiva connaturata a brani destinati a siffatta occasione e il contesto autentico, genuino e senza troppe pretese che circonda radiose canzoncine oppure brevi frammenti strumentali registrati in presa diretta ed eseguiti con strumentazioni alquanto essenziali. Il primo volume, “Noel”, dopo la scontata breve intro “Silent Night”, è caratterizzato principalmente dal suono del banjo, alternando però momenti di minimale raccoglimento (“O Come O Come Emmanuel”) ed evocativi cori chiesastici (“Lo How A Rose E’er Blooming”) al gioioso andamento di “It’s Christmas! Let’s Be Glad!”, brano dal ritmo veloce e dal sapore antico. In “Hark!”si percepiscono invece in lontananza retaggi dell’esperienza sperimentale di “Enjoy Your Rabbit”, incarnati dalla pianola che contrassegna alcuni dei brani, unita ad arrangiamenti colmi di stupore gioiosamente infantile (“Angels We Have Heard On High”, “Put The Lights On The Tree”), oppure trasformata in zampogna post-moderna in “I Saw Three Ships”. Tuttavia in “Hark!” inizia ad affacciarsi compiutamente la varietà di registri espressivi per la quale Stevens è adesso rinomato: nel volgere di pochi brani, si passa infatti con disinvoltura dagli arrangiamenti sognanti con campanellini a profusione di “Put The Lights On The Tree” e “Once In Royal David’s City” — ideali colonne sonore per ogni travestimento da Babbo Natale — al soffuso raccoglimento che ammanta con leggerezza “Come Thou Fount Of Every Blessing” e all’intimismo arioso di “What Child Is This Anyway?”, unico brano recante tracce elettriche, che sporcano qua e là l’insieme prima di dissolversi in un finale ovattato, impreziosito dalle note dal pianoforte.

Già nel successivo volume “Ding! Dong!”, l’usanza della raccolta di brani natalizi inizia a perdere gli originari connotati di divertissement per assumere contorni più ponderati ma non per questo privi dell’immediatezza caratteristica dell’autore. Gli otto brani in esso raccolti alternano il delicato raccoglimento dell’iniziale frammento pianistico “O Come, O Come Emmanuel” e gli accenni di tradizione di “We Three Kings” alla scatenata polifonia di “Come On! Let’s Boogey To The Elf Dance!” e all’angelica orchestralità di “O Holy Night”. È sensibile, inoltre, la comunanza dell’impronta dei brani qui raccolti con il cristallino folk d’autore dei coevi album “Michigan” e “Seven Swans”, particolarmente evidente nei due brani finali e nella sottile costruzione di banjo e chitarra che incornicia, in “That Was the Worst Christmas Ever!”, l’incantata descrizione di un Natale per nulla stereotipato.

Nel quarto mini album, “Joy”, è la melodia a prendere il sopravvento: se si eccettuano i coretti e gli inaspettati inserti indie-rock di “Hey Guys! It’s Christmas Time!”, i restanti brani sono tutti molto lineari, sorretti da strutture armoniche esili e delicate che affrontano sobriamente i temi meno retorici del Natale. Ancora una volta Sufjan Stevens, dimessa per un attimo la sua vocazione ad ogni stravagante magniloquenza sonora, riesce a esprimersi in maniera eccelsa nella semplicità di brani di quasi sola voce e chitarra — unite soltanto a pochi altri elementi “natalizi” — ispirate tanto ad argomenti religiosi (“Away In A Manger”, la strumentale “The Incarnation”) quanto alle delicate riflessioni universali di “Joy To The World” e personali di “Did I Make You Cry On Christmas Day? (Well, You Deserved It!)”, la cui soffice introspezione riesce a rappresentare splendidamente la sottile tristezza inevitabilmente latente nei giorni di festa.

L’ultimo volume, registrato nello scorso mese di giugno, con i suoi undici brani, è quello più corposo, oltre che quello probabilmente più significativo dell’attuale momento artistico di Stevens, il quale come sempre non rinuncia all’effetto-sorpresa e alla perenne trasformazione della sua forma espressiva. Al di là di tre brevi interludi pianistici — tra i quali un frammento di trentasei secondi del classicissimo “Jingle Bells” — “Peace” si distingue dai mini album precedenti per ricchezza e complessità di suoni. Dopo il placido strumentale “Once in Royal David’s City”, infatti, affiora in “Get Behind Me, Santa!” una bizzarra orchestralità che, tra organetti sghembi, fiati e vezzi da modernariato casalingo dall’effetto vagamente psichedelico, ricorre in più d’uno dei brani (“Christmas In July”, “Jupiter Winter”, ” Star Of Wonder”), fino a scolorare nell’obliqua dilatazione finale di “The Winter Solstice”. Anche qui non mancano accenni di composto intimismo, aleggiante sul pianoforte della serena “Holy, Holy, Holy” e della prima parte di “Sister Winter”, il cui arrangiamento d’archi si sviluppa però in un pur sobrio crescendo caratterizzato da innesti elettrici, fiati e da una discreta varietà di altri effetti. Non è detto che da questi brani si possano trarre indizi utili per definire la sensibilità del Sufjan Stevens post-“Illinois”, tuttavia da essi sembrano trasparire gli accenni di un’ennesima evoluzione (o un semplice esperimento — sarà il tempo a dirlo) che, senza mai perdere di vista le coordinate fondamentali dell’artista, ne alimenti i caratteri più marcatamente orchestrali, indirizzando altresì la sua vocazione polistrumentale verso il recupero di sonorità analogiche, liquide e non poco stranianti.

Considerato nel complesso, il ricco cofanetto “Songs For Christmas” appare qualcosa più di una raccolta per fan incalliti e di un modo per tener viva la presenza dell’artista nell’intervallo tra un lavoro e l’altro. Certo, sommate a quelle dell’album di outtakes “The Avalanche”, quelle qui raccolte danno luogo al totale di oltre sessanta tracce pubblicate in un anno privo di un’uscita vera e propria, eppure un artista delle qualità di Sufjan Stevens riesce ad allontanare da sé il sospetto delle finalità meramente commerciali di una simile operazione con non altro mezzo che la sua consueta abilità di rielaborare con sapienza e semplicità disarmante stili ed espressioni diverse, risultando in tutte parimenti credibile. Inoltre, lo stesso tema natalizio, invero alquanto limitante, viene sviluppato in maniera per nulla banale, senza facili cedimenti alle stucchevolezze di retorici “buoni sentimenti” e di una felicità indotta e apparente; anzi, tra quelli maggiormente espressivi ci sono proprio i brani più riflessivi e quelli che, con delicatezza mista a ironia, raccontano l’altra faccia del Natale.
Tra le strenne tipiche del periodo, “Songs For Christmas” può occupare un posto di tutto rispetto e accompagnare adeguatamente la parentesi festiva, con il suo sapore dolce-amaro, spensierato ma non troppo, e soprattutto con le sue dimensioni macroscopiche, che nascondono soltanto il rischio dell’abbuffata, lo stesso che Sufjan Stevens è ben consapevole di correre con tante produzioni ingenti e così ravvicinate.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 dicembre 2006 da in recensioni 2006.
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