music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

You Are My Home

RIVULETS – You Are My Home
(Important, 2006)

Duluth, Minnesota; ovvero, di quando un’indicazione geografica fornisce di per sé sufficienti indizi per la collocazione di un artista nell’attuale panorama musicale. Non a caso, Nathan Amundson, cantautore attivo da ormai cinque anni sotto il moniker Rivulets, è stato scoperto e iniziato alla carriera artistica da Alan Sparhawk che ne ha prodotto l’omonimo album d’esordio, nonché il successivo “Debridement” – entrambi usciti proprio per l’etichetta dei Low, la Chairkickers Union.

Per quanto le aderenze con i suoi più noti concittadini siano, date queste premesse, inevitabili, Amundson ha sviluppato nel corso degli anni un’originale formula di scarno e oscuro intimismo, le cui minimali radici cantautorali si diramano in rivoli molteplici, ma tutti parimenti curati ed espressivi di un’introspezione tanto delicata quanto sofferta.

“You Are My Home”, che costituisce il seguito, a oltre tre anni di distanza, dell’ottimo “Debridement”, vede Amundson affrancarsi dalle pur amorevoli cure di casa Low per cimentarsi in un lavoro profondo e personale, supportato dall’abile produzione di Bob Weston e da una serie di collaboratori di prim’ordine, tra i quali spiccano Jessica Bailiff, Christian Frederickson (Rachel’s) e Chris Brokaw (Codeine, The New Year).

Come precisa lo stesso autore in sede di presentazione del lavoro, “You Are My Home” non è un disco folk, ma un album “about hearts breaking, tearing it down, and moving on”, che trasforma la ricorrente impronta slowcore-sadcore di base in una forma cantautorale esile, non priva di affioranti asperità e allo stesso tempo rivolta a più pronunciate costruzioni melodiche. Le undici tracce in esso comprese restituiscono contorni definiti all’espressione musicale di Amundson, accentuandone la fluidità poetica in brani alternativamente sorretti da ricchi arrangiamenti oppure racchiusi nell’intima essenzialità della chitarra acustica e di una voce a suo modo ovattata ma ormai sicura e non poi così distante dal carezzevole e dolente calore di quella di Mark Kozelek, come già si può notare nel brano d’apertura, “Glass Houses”, il cui angelico lindore acustico lascerebbe presagire un lavoro tutto cuore e liriche delicatezze intimiste.

Ben presto, però le ambientazioni sonore si fanno contorte, disegnando lo sfuggente fondale di distorsione cosmica di “Can’t I Wonder”, dissolto soltanto dal violoncello di Christian Frederickson e dall’inedito passaggio ritmico che dona un movimento finora sconosciuto alle fragili composizioni di Rivulets. Proprio questo brano risulterà alla fine esemplificativo del “doppio binario” artistico adesso intrapreso da Amundson: come in alcuni brani di Boduf Songs, è qui stridente il contrasto tra orizzonti foschi e melodie acustiche gentili, quasi incuranti del contesto ove sono calate.

Del resto, per tutte le undici tracce, si incrociano e sovrappongono, spesso coesistendo e senza mai scontrarsi, quelle che a ragione potrebbero definirsi come le due attuali anime artistiche di questo autore così sensibile e moderno: da una parte la delicatezza di una malinconia appena stemperata da melodie lineari, dall’altra la ruvida inquietudine espressa in costruzioni relativamente spigolose e non prive di angosciosi crescendo che richiamano le impennate elettriche degli ultimi Low e quelle, dal trasognato sapore “post-rock”, dei Gregor Samsa. In entrambi i casi tuttavia Amundson concede libero sfogo a un’emotività in passato repressa sotto l’abituale patina di freddezza formale: così nei brani più minimali, declinati secondo una lieve solarità dalla semplice iterazione di pochi accordi (“Motioning” e la ninnananna finale “Morning Light”) oppure impreziositi da profondi arrangiamenti d’archi (“Heartless”, “You Sail On”, “To Be Home”); così anche laddove le chitarre elettriche prendono il sopravvento, sorrette dal secco drumming di Chris Brokaw (“Win Or Lose”) o si avvitano negli intensi finali di “You Are My Home” e “Happy Ending”, brani che sembrano rappresentare perfettamente la nuova cifra stilistica sottesa al progetto Rivulets. I sei minuti di sobria bellezza della commovente title-track si dipanano infatti dall’iniziale, romantico suono di archi che quasi giocano con flutti distorsivi al graduale movimento verso un crescendo emotivo di controllata austerità orchestrale, mentre più brusco è, in “Happy Ending”, il passaggio tra la quiete acustica e le delicate note di pianoforte della prima parte e il successivo vorticoso avvitamento intorno a ritmiche febbrili di chitarre stratificate, dalle imprevedibili sembianze shoegaze.

“You Are My Home” conferma inalterato il talento di un autore adesso capace di declinare la sua malinconia di fondo secondo un registro espressivo divenuto vario ed emotivamente più estroverso, anche per merito dell’affascinante produzione di Weston e del contributo degli altri artisti coinvolti nella realizzazione di un lavoro di accessibilità senza dubbio superiore rispetto alle passate produzioni di Rivulets e tale da consacrare Nathan Amundson come uno dei migliori e più autentici continuatori di quello che sarebbe ormai riduttivo etichettare semplicemente come slowcore.

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2006 da in recensioni 2006.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: