music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Below Ice I Lie

ROBH HOKUM – Below Ice I Lie
(Two Flints, 2007)

Le profonde trasformazioni stilistiche e “di genere” delle quali sono capaci taluni artisti contemporanei non rappresentano certo una novità, né dovrebbero ormai stupire più di tanto, denotando invece semplicemente l’apertura mentale e il costante desiderio di tanti autori di cimentarsi in esperienze sempre nuove e diverse.
Non manca, tuttavia, di suscitare un certo sbalordimento venire a conoscenza che l’autore di quest’album di cantautorato acustico e intimista, altri non è che Robert Lyon, ovvero uno dei componenti del duo elettronico Ylid, qui al debutto solista sotto lo pseudonimo di Robh Hokum. Il comune denominatore che unisce queste due vesti artistiche in apparenza tra loro molto distanti è il minimalismo espressivo, già prediletto da Lyon nelle liquide trame elettroniche di Ylid e qui condotto a conseguenze quasi estreme in dieci brani dalle strutture ridotte davvero all’osso, nei quali la sua voce calda e suadente rivela un songwriting sorprendente nella sua essenzialità, costruito con il solo supporto di poche note di chitarra.

Nella mezz’ora scarsa di durata complessiva del lavoro, vere e proprie ballate venate di classici riferimenti folk-country si alternano a frammenti melodici dimessi eppure perfettamente compiuti nella loro semplicità e concisione espressiva. Fin dall’iniziale “Blue Hands On My Bedposts”, è la voce di Lyon a costituire l’unico elemento di lieve movimento della sua musica, disegnando melodie soffuse e leggermente sbilenche su un’iterazione di note acustiche, eseguite con un fingerpicking pulito, che può facilmente riportare alla mente quello caratteristico di José Gonzalez.
Le successive “Lover On The Shore” e “Scrap Book” potrebbero ben rappresentare la declinazione minimale di tanto cantautorato recente: la prima, più piana e melodica, resta in bilico tra sobrietà alt-country e delicatezze folk, alimentate anche dal contrappunto vocale femminile, mentre la seconda assume la forma di un’insolita via di mezzo tra la destrutturazione di una ballata dei Wilco e l’interpretazione più asciutta di tenui derive psych-folk.

Nonostante tutto il lavoro sia incentrato sull’essenzialità compositiva, in prevalenza concretata attraverso brani molto brevi, Robh Hokum dimostra di non disdegnare una forma canzone dallo svolgimento articolato, benché contrassegnata sempre dagli stessi elementi. Se infatti, da un lato, le tre miniature conclusive (tutte intorno ai due minuti) forniscono una rassegna di intensità intimista che va dalla levità di “News If Often Scary”, alla profondità quasi mistica di “Gone”, fino all’affascinante pianoforte in media fedeltà di “You Tick”, dall’altro le più lunghe “Wrists“ e “Seekers Of Truth” vedono Lyon cimentarsi in una scrittura più complessa e di ampio respiro: entrambe seguono un canovaccio non dissimile, presentando dapprima gli aspetti più dimessi della poetica dell’autore per poi svilupparsi in inattesi finali in crescendo. In particolare, l’ottima “Wrists” alterna lirismo e melodie gentili in una ballata limpida che potrebbe sembrare il rallentamento in chiave folk delle armonie vocali dei Kings Of Convenience, prima di arricchirsi di una coralità dal tono leggermente più elevato e di trovare uno stranissimo epilogo con un organetto quasi giocoso; analogamente, nell’oscura “Seekers Of Truth”, la voce di Lyon, appena sussurrata, aggiunge mestizia drake-iana a sparse note di chitarra, che disegnano arabeschi al rallentatore, infine contorti in un crescendo mantrico, vagamente straniante.

Ancora una volta, in un ambito musicale in cui decisiva è la capacità di un autore di dar forma definita alla propria espressione, sono sufficienti pochi elementi armonici, di contorno a fragili melodie, per creare un songwriting schietto ed efficace. E tanto avviene in “Below Ice I Lie”, ove Robh Hokum ha seguito una rigorosa logica di sottrazione per raccogliere tante suggestioni di spleen cantautorale e riadattarle alla lentezza di un registro umbratile ma al tempo stesso permeato da serena dolcezza e, soprattutto, per nulla pretenzioso. E tutto ciò, alla fine, risulta più che apprezzabile in un’opera di quasi sola voce e chitarra.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 10 giugno 2007 da in recensioni 2007.
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