music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ma Fleur

THE CINEMATIC ORCHESTRA – Ma Fleur
(Ninja Tune, 2007)

Dopo ben quattro anni di attesa, la band di Jason Swinscoe dà finalmente seguito a quell’equilibrato ibrido tra post-rock, jazz e musica da camera che rispondeva al titolo di “Man With The Movie Camera”. Come già nell’album precedente, e in tutta la produzione di una band la cui vocazione è palese fin dal nome, in “Ma Fleur” vengono sviluppate le potenzialità descrittive di un suono che, quand’anche non direttamente concepito in accompagnamento alle immagini, si dimostra sempre ideale come contorno o sottofondo a storie, visioni, suggestioni.

Questa nuova colonna sonora per un film stavolta non (ancora) scritto, propone i Cinematic Orchestra alla prova di una dimensione acustica, in prevalenza lineare, che adesso tende a giocare con una certa convinzione sul piano di una forma canzone a tratti definita e accentuata dal più frequente utilizzo dell’elemento vocale, affidato in alcuni dei brani a ospiti quali Patrick Watson, Lou Rhodes e la cantante soul Fontella Bass. Parlare di “svolta pop” sarebbe esagerato, ma certo è che la presenza del cantato in ben sette delle undici tracce comprese in questo lavoro dimostra la volontà della band di perseguire una strada di maggiore fruibilità e immediatezza, alternata a trame strumentali elaborate sempre con molta cura, che continuano a rappresentare l’ideale terreno per le consuete suggestioni filmiche e per sperimentazioni sonore varie.

Trattandosi di vere e proprie “canzoni”, è allora considerandole tali che è il caso di accostarsi all’ascolto e al giudizio della maggior parte dei brani di “Ma Fleur”; a cominciare dall’iniziale, splendida “To Build A Home”, con il suo andamento lento e avvolgente, incentrato soltanto su poche note di pianoforte e sulla voce di Patrick Watson, che scorre lieve ed emozionante, donando un’apprezzabile intensità tanto ai passaggi più soffusi, quanto alle impennate di tono, qui supportate da un elegante arrangiamento d’archi. Peccato però che per ritrovare un altro momento così efficace, si debba attendere quasi la fine dell’album e, per di più, non altro che una sorta di breve slight return del brano iniziale, ovvero “That Home”, che ribadisce, con il solo accompagnamento del pianoforte, la pregevole scrittura di “To Build A Home”, ma rende anche palese il fascino esercitato sui Cinematic Orchestra dalle interpretazioni più piane di Antony.

Gli altri brani cantati, invece, scorrono via scarsamente incisivi, dando l’impressione di idee appena abbozzate – come il dialogo tra le voci sul pregevole fraseggio acustico di “Music Box” – oppure non del tutto messe a fuoco, come nel caso di “Familiar Ground”, piatta ballata in chiave “black”, cui nemmeno la voce di Fontella Bass riesce ad aggiungere profondità. L’idea di canzoni eleganti e vellutate risulta tradotta in pratica leggermente meglio nell’alternanza tra passaggi quasi immobili e aperture armoniche in crescendo di “Breathe” e nella scarna “Into You”, ove risulta meglio riuscita l’interazione tra le voci di Watson e della Rhodes. Lo stesso può dirsi anche per la prima parte della conclusiva “Time And Space”, ballata oscura e placida cantata dalla sola Lou Rhodes, poi percorsa da lievi folate “acide”, che conferiscono una veste vagamente straniante al bell’intreccio tra pianoforte e archi, solcato e in parte rovinato da frammentazioni ritmiche non del tutto pertinenti.

Al pari della coda del lungo brano conclusivo, anche le tracce strumentali non rendono l’idea di una direzione sonora ben definita da parte della band. Alle belle suggestioni “morriconiane” dei soli archi di “Prelude” (nulla di non già sentito, eppure molto gradevole), fanno infatti da contrappunto le monotone iterazioni in chiave acid-free-lounge di “Child Song” e “Ma Fleur” e la sovrabbondanza di elementi di “As The Stars Fall Into You”, brano che racchiude tutti i caratteri affascinanti, ma anche tutti i limiti, delle ormai consolidate esplorazioni “post” dal retroterra jazzy, snodandosi tra passaggi di asciutta orchestralità, frammenti elettronici e disorientanti inserti ritmici.

La compresenza – non particolarmente coesa – della pluralità di elementi sopra descritti fa di “Ma Fleur” un lavoro non privo di fascino eppure incostante e poco incisivo, nel quale Swinscoe e soci sembrano alla fine ancora incerti tra sperimentazioni jazzy e raffinatezze patinate dal facile impatto. Va tuttavia loro riconosciuto almeno il lodevole sforzo di tradurre i caratteri ben collaudati del loro suono in una forma canzone semplice e dalle fattezze acustiche, che pure nella sola “To Build A Home” trova piena compiutezza e offre il destro per evitare di considerare l’intero “Ma Fleur” in maniera negativa.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2007 da in recensioni 2007.
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