music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Flying Club Cup

BEIRUT – The Flying Club Cup
(Ba Da Bing! / 4AD, 2007)

Avevamo lasciato Zach Condon e la sua variopinta fanfara balcanica dileguarsi pian piano, alla fine del celebrato “Gulag Orkestar”, tra incerti riferimenti geografico-culturali e una vena agrodolce che pure era loro valsa l’attenzione e plausi forse eccessivamente incensanti nel microcosmo indipendente. Li ritroviamo adesso, dopo un anno e mezzo nel corso del quale è stato invero difficile sentire la loro mancanza; l’enfant prodige americano, mente del progetto Beirut, ha infatti saputo mantener viva la presenza della sua musica, non solo affrettandosi a riproporre una formula di successo ma altresì intraprendendo, attraverso i vari Ep “Lon Gisland”, “Pompeii” ed “Elephant Gun”, un’opera di sviluppo dei suoni mittel-europei dell’esordio, non più soltanto calati in contesti meramente emulativi di una tradizione tanto affascinante quanto non condivisa, ma anche piegati ad assumere forme di inconsueta modernità.

L’atteso secondo album della sghemba banda di Condon si colloca pertanto in coerenza con la linea tracciata dagli Ep, pur tralasciando, almeno per il momento, gli inserti elettronici già adombrati in “Gulag Orkestar”, in favore di una maggiore attenzione nella ricerca di soluzioni melodiche più piane e di un songwriting immediato e romantico, parimenti debitore nei confronti di esperienze cantautorali americane ed europee (francesi in particolare). Non che ciò comporti in alcun modo l’abbandono di quelle strutture compositive sovrabbondanti e talora persino pacchiane – del resto quasi inevitabile, data la presenza preponderante di ritmiche incalzanti, fiati e fisarmoniche – tuttavia, in “The Flying Club Cup”, si assiste a una relativa moderazione degli eccessi di ridondanza dei quali peccava in parte il lavoro precedente.

Certo, anche qui non mancano momenti di scatenato eccesso bandistico (“In The Mausoleum”, “St. Apollonia” e la conclusiva title track), spesso però stemperati da più coese componenti melodiche e arrangiamenti improntati a una maggiore sobrietà e uniformità stilistica: “The Flying Club Cup” tende, infatti, a dirimere l’intricato patchwork sonoro delle mille influenze di Beirut, per attestarsi su una declinazione raffinata ma un po’ “salottiera” delle ruvidezze e contraddizioni di un universo musicale la cui tradizione è invece connotata da “vino, polvere e sangue”. Considerando però che, in tale contesto, non si può esigere da Condon e soci la coerenza storico-culturale – che già non era stato esattamente un punto di forza di “Gulag Orkestar” – deve anzi essere salutato con favore il gusto romantico di arrangiamenti spiccatamente armonici, nei quali archi e fisarmoniche decadenti prevalgono di gran lunga sulla magniloquenza fanfaristica dell’esordio.
Ed è proprio su queste basi che il songwriting di Zach Condon evidenzia una certa maturazione, acquistando discreta efficacia, soprattutto nei passaggi più compassati e malinconici (“The Penalty”, “Forks And Knives (La Fête)” e “Un Dernier Verre (Pour La Route)”), ma soprattutto nelle melodie trascinanti e finalmente compiute di “Nantes” e “Cliquot”, le due chansons più riuscite e immediate dell’album.

Benché sia ancora lecito continuare a nutrire le perplessità iniziali su coerenza e autenticità dell’intera operazione Beirut, “The Flying Club Cup” denota, se non altro, l’apprezzabile tentativo di svincolare il recupero della tradizione folk balcanica dai rischi di un’emulazione decontestualizzata, includendone le indubbie fascinazioni in contesti diversi e meno rigidi. Tale tentativo non può dirsi ancora coronato da successo pieno, tuttavia da “The Flying Club Cup” emerge l’impressione di un artista dalle qualità in crescita, che sta intraprendendo un proprio percorso, che prima o poi potrebbe riservare sorprese davvero interessanti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 ottobre 2007 da in recensioni 2007.
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